Francesco Jovine.
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Ladro di galline.
Racconti.
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1967. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: Catia Righi per il Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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Indice.
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Avventura galante.
Malfuta o della fondazione di un villaggio.
Ladro di galline.
Dieci settimane.
Incontro col figlio.
Sogni d'oro di Michele.
Ragazzo al buio.
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Fine Indice.
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Avventura galante.
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Il desinare era stato allegrissimo: nessuno dei commensali aveva parlato con rimpianto di altri desinari in occasione di quella stessa festa.
C'era stato tutto e in tale abbondanza che anche i pi voraci s'erano arresi; ed ora respiravano a fatica lamentandosi del caldo di giugno.
Per le finestre aperte non veniva, veramente, un alito d'aria e tutti s'erano messi a sognare il vento che poteva giungere freschissimo sulle fronti madide.
Continuavano a bere e a fumare con la convinzione testarda che il fumo e il vino potessero sciogliere rapidamente il groppo del cibo che gravava sulle arterie.
La padrona di casa era gi andata via da qualche minuto; lei non aveva bevuto che una tazza di latte e mangiato qualche frutto: diabete, viso pallido, grandi occhi casti e malinconici. All'inizio del pranzo tutti i commensali s'erano rallegrati della gaia furia con la quale loro potevano mangiare; ora vedendola allontanare con quel suo sorriso dignitoso e lo spirito leggero s'erano messi tutti a desiderare di essere molto magri e digiuni.
La donna alzandosi aveva detto al fratello cieco: Tu devi dormire nella camera di don Gianlorenzo;  la pi piccola, ma bisogna aver riguardo agli ospiti...
Gli aveva stretto la mano con una dolce pressione e aveva chiesto agli astanti perdono con i suoi occhi tristi; voleva che comprendessero la sua attenzione; ma gli altri non le badarono neppure; e non ebbero la possibilit, tanto era il rumore delle loro risa, di rilevare la richiesta furtiva che fece il cieco di dolci e liquori.
Quando ebbe tutto davanti si mise a mangiucchiare lentamente con seriet raccolta e a sorseggiare con ipocrito ritegno un liquore giallo.
Qualcuno tent di stuzzicarlo per quel rinnovato appetito, ma chiss perch il cieco pensava che era opportuno prima finire e poi rispondere. Avrebbe risposto poi e si sarebbe mischiato alle loro risa perch era tanto allegro anche lui; e, pregustando il piacere che agli altri avrebbero dato i frizzi che andava pensando, gli fremevano le narici e i muscoli intorno agli occhi.
I commensali lo lasciarono stare per un po'. Poi uno di loro, quello in fondo, farmacista a Carlantino, che incominciava a sentirsi malinconico perch faceva troppo caldo, raccont a voce alta, strizzando l'occhio agli altri, della morte di don Gianlorenzo, ucciso sull'altare cinque anni prima; "e che le anime dei morti ammazzati, abitano le camere dove vissero, per duecento anni, e guai a chi le disturba..."
Il cieco che fingeva di non ascoltare, ebbe un moto di collera che, ora che lo guardavano tutti, non pass inosservato e gener una risata clamorosa.
Anche lui si mise a ridere con tutti gli altri, perch era molto allegro; ma poi subito lo riprese la stizza e decise di farsi dare un'altra camera.
Riprese a sorseggiare il liquore ed esplor con le lunghe mani leggere il piatto per sentire quanti dolci gli rimanevano. L'esame fu soddisfacente e continu a mangiucchiare.
Ogni tanto diventava serissimo, si afferrava il bavero, tentava di alzare la sua giacca e faceva: Uff ma sentite che caldo!
Nessuno gli rispondeva e lui seguitava a mangiare. Per un po' nessuno parl e il cieco ebbe l'impressione che tutti se ne fossero andati ma poi il suo orecchio avvert il rumore greve dei fiati. Allora disse dentro di s: "Porci fottuti".
Quando arriv la serva non ebbe il coraggio di pizzicarle le gambe; nel silenzio, gli pareva che tutti dovessero vederlo; ma all'invito che quella gli fece di accompagnarlo a dormire, rispose. Aspetta ancora un poco.
Quando torn le mormor in un orecchio: Ma non se ne  andato ancora nessuno?
Nessuno.
Gli venne una rabbia terribile al pensiero che tutta quella gente potesse ancora seguitare a bere tutto quel vino che era di sua sorella. Va bene, invitati per la festa, ma sangue di Giuda, non avevano educazione.
Allung le mani per raggiungere le gambe della serva che ora dritta dietro di lui lo premeva sulle spalle per indurlo ad alzarsi.
Siccome non ud commenti frizzanti, si convinse che nessuno l'aveva visto, e ne fu tanto contento, da fare un piccolo riso solitario e soddisfatto.
Cos decise di alzarsi e mise la sua mano in quella di Concetta. Signori, buonanotte!
Gli rispose un coro di tossette e di raschiamenti di gola significativi e il farmacista di Carlantino che continuava ad essere malinconico, gli lanci dietro un: Non aver paura, don Nico'.
Ebbe l'impulso di rispondere qualche cosa di molto spiritoso per farli ridere tutti in coro; invece rise lui con un riso a scoppio, improvviso; e quelli risposero all'invito rumorosamente.
Allora soddisfatto riprese il cammino a piccoli passi frettolosi. Nel corridoio gli parve che ci fosse un po' di frescura e sent che era buio perch anche il movimento della donna s'era fatto esitante.
Fatti ancora pochi passi con un gesto violento e improvviso afferr la ragazza per le spalle e la inchiod al muro. Quella non oppose resistenza e il cieco allent la stretta. Concetta ne approfitt per dargli uno spintone che lo mand traballando contro la parete.
La donna sibil: Don Nico', sei pazzo: se seguiti ti lascio l!
Il cieco cominci a lamentarsi e a dire, piagnucolando: Vieni, vieni, che non ti faccio niente, e intanto la cercava con le mani protese.
La serva lo guardava con un riso muto, senza fiatare. Lo vedeva muoversi nella semioscurit con le lunghe mani tremanti che la cercavano; sapeva che avrebbe finito col trovarla; lo sentiva dal respiro profondo delle narici che fiutavano il suo odore.
Sentiva l'approssimarsi di quelle mani con piacere angoscioso; i suoi occhi cupi di malizia e di paura respingevano e attiravano quelle mani, ne seguivano il vago nitore; quando furono all'altezza della sua vita fece civetta all'improvviso e sfugg alla stretta.
Il cieco ebbe un moto improvviso di collera, strinse i pugni e bestemmi con voce piagnucolosa; implor poi che gli desse una mano, che lui voleva andare a letto, che la donna approfittava di lui perch lui non era a casa sua, che l non sapeva muoversi senza urtare, e che se la donna non lo avesse aiutato lui si sarebbe rotto la testa e la colpa sarebbe stata tutta sua che sospettava chiss che cosa e si divertiva con lui, con la sua disgrazia.
Stava per piangere quando sent sulla sua la mano tiepida della ragazza che lo guidava a distanza nella grande sala.
L ci fu ancora un suo tentativo di riprendere la ragazza per la vita; ma anche questa volta Concetta riusc a sfuggire. Poi, forse perch eccitata dal gioco piomb all'improvviso alle spalle del cieco e gli mise le mani sugli occhi e grav col busto pieno sulle sue spalle; il cieco rideva divertito e tentava di afferrarla; ma quella lo lasciava per un attimo per poi ricomparirgli di fianco a tormentargli un braccio, per sfuggire ancora con uno scarto, alle mani frementi. Lei, ora, si appiattava agli angoli e lo chiamava con un sibilo leggero e il cieco si dirigeva sicuro ridendo di un riso sordo e goloso; ma quella si muoveva rapida e gli era ancora alle spalle, gli metteva il viso sotto la bocca per un attimo, tremando.
Il cieco saltabeccava per la grande stanza ingombra di poltrone incamiciate di mussola; dopo aver percorso alcune volte in ogni senso gli spazi liberi, ora, con sufficiente sicurezza sapeva evitare il piano a coda che era sulla parete di sinistra e il tavolo ovale del centro.
Gli oggetti gli divenivano familiari sotto le dita e udiva distintamente il fruscio inquieto delle gonne tra i mobili.
Faceva sempre molto caldo e per le finestre aperte non veniva che l'afa dei campi di stoppie.
Il cieco s'arrest un attimo col fiato grosso per tutto quel moto e ud all'improvviso un buffo di vento che percorse basso il pavimento e vuot la stanza di tutti gli odori. Poi l'aria torn immobile e sent il silenzio pesargli intorno assoluto; tese gli orecchi per sentire se la donna nascosta in qualche angolo, gli facesse il solito sibilo: nulla.
Allora incominci a muoversi con prudenza strisciando lungo le pareti che toccava di tanto in tanto con le mani inquiete, convinto che ormai lei stesse ad attenderlo in qualche parte trattenendo il fiato.
L'idea lo divertiva moltissimo e volgeva a tratti il viso malizioso verso un punto vago mettendo il dito sulla bocca per invitare la donna a tacere ed attendere perch lui sarebbe venuto.
Gir cos quasi tutta la sala e raggiunse la porta della sua stanza: allora comprese che Concetta doveva essersi rifugiata l dentro e ne prov molta gioia; e si meravigli con se stesso perch non aveva capito prima.
Gir cautamente la maniglia e la porta mand un gemito rugginoso. Entrato s'accorse che la stanza era vuota. Un altro buffo di vento fece chiudere con un rumore breve e secco la porta alle sue spalle.
Allora and a sedersi sul letto e si sent improvvisamente stanco. Il vento, che pareva cessato dopo quei due scoppi irosi, si rinforzava via via e montava dalle case basse e dai vicoli sottostanti dopo aver raccolto brevi rumori, cigolii di usci, fruscii di foglie morte.
Il cieco si sent lambire all'improvviso la faccia da una stoffa; ebbe un brivido, poi pens che fosse la tenda della finestra.
Si stese sul letto. Il vento arido che veniva dalla finestra aperta gli batteva ogni tanto sul viso dandogli l'impressione della frescura; quando si ritirava, la stanza vuota acquistava l'immobilit fervida dell'afa.
La testa affondata nei cuscini, il cieco chiuse gli occhi; ma non gli riusc di fare il buio dentro: la sua mente era percorsa da bagliori rossastri. Dall'addome gli montavano fino alle ascelle vampe improvvise di calore che si spegnevano in brividi sulle spalle. Gli attravers il pensiero l'idea di avere la febbre; ma fu un'idea labile che presto si confuse nel torpore che gli scese sugli occhi e gli infranse le membra.
Dormiva con la testa in alto, con una immobilit fonda di cadavere; dormendo sogn di annegare nel vino. Il farmacista di Carlantino, quello che era a tavola con lui, a un tratto s'era scoperto il ventre e se l'era bucato delicatamente con la forchetta per far spicciare il vino fresco a ventaglio dai quattro buchi.
Il farmacista era malinconico e si sgonfiava rapidamente; divenne magrissimo, poi diafano, poi si dissolse; e rimase il vino in terra che incominci a montare silenziosamente fino al livello del letto del dormiente che respirava con il rantolo dell'annegato.
Dalla finestra entr all'improvviso un fiotto di uragano che sommosse il liquido rosso e l'avvi verso una botola dell'angolo dove fu inghiottito tutto in un attimo, senza rumore.
Il vento percorse il pavimento e lo prosciug attentamente; poi danz per la stanza con un sibilo quieto; l'aria si fece arida e odor di stoppie e di polvere. Nel vuoto improvviso il letto perd la sua stabilit e incominci a remigare per la stanza scivolando blandamente sui piedi.
Le pareti si ritraevano in fuga lasciando uno spazio senza confini a questo moto larghissimo di danza.
Il cieco dormiva sul letto che navigava con movimenti alterni, e l'angoscia del suo sonno s'era calmata.
Ma poi le imposte batterono violentemente, la tenda gli copr il viso e il vento entr con un urlo.
Il cieco s'accorse che il prete, imbracciato il capezzale, imprimeva al letto il movimento, dondolando il capo per cullarlo e cantando con attitudine materna una ninna nanna senza suono.
Rimase a guardarlo un attimo; poi terrorizzato balz dal letto e si precipit all'uscio per fuggire. Batt la testa contro la parete e cadde riverso.
Quando riapri gli occhi il prete era chino su di lui e lo guardava sempre con lo stesso sguardo materno, leggermente fosforico agli angoli. Protendeva le mani scheletriche sul suo ventre; doveva avere sulla schiena una molla a spirale perch s'allungava e si raccorciava a volont.
Il cieco s'alz faticosamente e tent di urlare; ma dalla gola gli usci un rantolo fioco.
Qui incominci una corsa disperata; il cieco tentava di sfuggire al prete ma dovunque si volgesse lo aveva sempre di fronte via via pi inquieto; la sua inquietudine divenne rabbia; si allung, divent altissimo e la tonaca nera sbatteva ad ogni buffo di vento sulla faccia del cieco che, tentando di urlare, saltava per la stanza.
Incontr il vano della finestra, si sporse e aspir il vuoto per un attimo con un senso di liberazione.
Fuori il vento, per i vicoli bui, raccoglieva boati profondi di organo e poi montava verso la finestra.
Il cieco si abbranc al davanzale e tent di scavalcarlo; ma il prete dietro, mentre il vento saliva rabbioso, lo avvolse nella sua tonaca e lo respinse nella stanza.
Il cieco cadde. L'alba con un brivido fresco lo dest dolcemente; apr gli occhi e vide intorno a s il buio: un buio fitto, profondissimo e s'accorse che era nato il giorno.
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FINE.
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Malfuta o della fondazione di un villaggio.
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Rocca Malfuta scivolava da secoli a valle verso il Biferno. Le acque del fiume che, uscite dalle gole di Trapura, erano in quel punto rapide e spumose rodevano il lembo estremo dell'immensa frana glabra e cinerea: un lenzuolo sudicio buttato sul verde del monte.
Le case erano bigie meschine divise da strade lerce dove grufolavano i maiali e sulle quali s'aprivano le brevi finestre che non vedevano mai il sole. Il sole compariva tardi a Malfuta quando i contadini erano lontani nei campi: spuntava per i radi vecchi taciturni raccolti nella breve piazza minacciata da un campaniletto spaccato da una crepa esistente da tempo immemorabile.
Ma tutte le case sembravano fichi d'autunno striate dagli spacchi, con tegoli grommosi disordinati, pendenti dai tetti e che a una scossa minima sarebbero precipitati per scoprire lo scheletro delle travi di quercia, nere di fumo secolare.
Il villaggio pareva fosse stato preso all'improvviso, chi sa quando, da un tremito violento che, prima di compiere l'estrema rovina e far macerie, si fosse arrestato per miracolo.
Chi v'arrivava la prima volta, abbracciato in un attimo quell'incerto equilibrio di travi e di mura nel silenzio altissimo della canicola, pensava che un tuono improvviso scoppiato dalla nuvola nera pendente su Trapura avrebbe fracassato tutto.
Ma i vecchi sulla piazza guardavano senza parole tranquillamente le case e la chiesa:
Non cade signore. L'ha fermata san Rocco. San Rocco a monte del villaggio aveva una nicchia di mattoni rossi situata all'inizio della frana; col dito col quale indica l'ulcera del ginocchio indicava anche la frana sottostante. Con quel dito l'aveva fermata.
Ogni anno il 16 d'agosto su per i sentieri rassodati dalla calura, da Malfuta salivano i contadini la notte, e tutti avevano una fiaccola e cantavano:
San Rocco Benedetto
dalla frana ci hai protetto.
Il crinale del monte s'incoronava di spari: veniva Giarrato da Morrone e mandava verso il cielo una pioggia di stelle azzurre e rosse e lingue di fuoco gialle.
Tutti gli altri santi portati a spalla facevano visita a san Rocco: era quello che salvaguardava tutti.
Agosto: la terra diventava ferrigna: le acque prosciugate fino all'ultima stilla erano andate in cielo a far le nubi: il sole aveva dato alla frana l'apparenza di una crosta tenacissima. Su per i sentieri i passi dei viandanti risonavano come sulle tombe.
San Rocco poteva dormire: nelle notti senza luna il piccolo tabernacolo era invisibile, e buia era anche Malfuta; ai fianchi del monte dirimpetto e ai fianchi della frana c'erano i fuochi delle stoppie.
Ma il fuoco ardeva d'inverno davanti a san Rocco; cos il romito del piccolo santuario indicava la sua veglia nelle notti brumose, quando l'acqua impastava la creta sotto le case e faceva le mura pronte a piegarsi silenziosamente nella mota.
D'inverno, quando le ultime pecore erano passate nel tratturo che seguiva il crinale dei colli mandando nella buia valle di Malfuta il suono dei campani, non s'udiva pi nulla.
Il cielo coperto pendeva sulla valle e dal Biferno salivano nebbie radenti e gelide. S'udiva il fiume scrosciare tra i sassi dell'alveo sempre pi cupo.
Correva nelle case di Malfuta in quei giorni l'antico motto: "il tempo s' messo ad acqua, noi ci mettiamo a vino". E bevevano tutti, vecchi e giovani intorno ai focolari attingendo il vino dagli orci di creta; la notte dormivano quieti tra le raffiche della pioggia e del vento.
Malfuta scivolava a valle da tre secoli. L'ultimo feudatario della terra, Giacomo di Gambatesa, stanco delle contese eterne con i contadini che ogni tanto gli ammazzavano un messo o un notaio, aveva ceduto il feudo alla Casa Bindi-Scauli di Napoli, banchieri arricchiti nel commercio col levante e con l'usura.
Un anno dopo Michele Scauli cal a Malfuta accompagnato da venti uomini d'arme, un notaio, tre scribi e due compassatori e offr tutte le terre in riscatto. Da vecchie pentole di coccio rosso e dai paglioni muffiti vennero fuori le doppie e i ducati lucenti messi insieme a dramma a dramma in duecento anni di segreta lesina e furono deposti sul tavolo con esitante gesto di diffidenza. A uno a uno ritiravano la carta che li liberava dal canone e se la cacciavano in seno tra lo scapolare e la lama aguzza di Campobasso che toccavano sempre quando giuravano fede ed ubbidienza.
Michele Scauli, riscosso il canone, lasci Malfuta di notte; raggiunse il crinale del monte di primo mattino e si volse un'ultima volta a guardare il gruppo di case cineree che erano avvolte nella lieve caligine dell'alba.
Anche le case hanno comprato, razza d'animali. E rise.
L'avranno prese per il cataletto, insinu il notaio Trotta di Campodipietra. Don Michele Scauli rise ancora.
Ma quei di Malfuta, sapevano che le case avevano fatto da secoli conoscenza e come piante antiche avevano profonde radici che s'abbracciavano in un ferreo intrico nel sottosuolo e andavano a valle, ma lentamente, tutt'insieme, come se la crosta che li sorreggeva scorresse su un sotterraneo piano levigato.
Ma alle case in quei giorni non badarono: pensarono invece a porre i termini alle terre comprate tracciando i solchi di confine con una lentezza cauta ed avida, pronti a deviare dalla linea stabilita se il vicino non se ne accorgeva e guardandosi ferocemente negli occhi quando il bidente staccava una zolla furtiva. Poi gorgogliavano atroci bestemmie. Spesso ponevano mano ai coltelli, tra gli urli delle donne si tempestavano di colpi e arrossavano il solco appena tracciato.
Di notte quando non c'era la luna alcuni dei pi avidi andavano a rimuovere i termini brancicando come ciechi sulla terra umida per cercare le pietre. Non di rado i proprietari sospettosi li attendevano nell'ombra balzando loro addosso con improvvisa ferocia.
La lotta dur alcuni mesi accanita: ci furono quattro morti ed una donna ebbe il ciglio spaccato da un colpo di zappa.
Ma venuta la primavera nei solchi di confine spuntarono i teneri germogli dell'albaspina e i perastri trapiantati misero le radici. Le roselline di macchia e l'albaspina fecero una traccia candida. Si piantarono croci di pietra dove il sangue era colato e per duecento anni nelle notti buie s'intese il gemito dei morti.
Ma i confini erano nati. E i Procaccito e i Mastro Dinardi e i Birisio piantarono la vite, i salici, le querce; impastarono creta e paglia e costruirono la stalla per le pecore e le aie per il lento giro dei buoi trascinanti la mola.
Contro quei di Lupara che nelle notti estive, quando il guado del Biferno era facile, penetravano negli orti allineati lungo la sponda del fiume, avevano messo trappole e scavato trabocchetti; se li prendevano gli spaccavano le ossa.
Ma quando c'era la luna dalle finestre delle case si vedeva tutto l'agro di Malfuta: quando compariva dalla gola del Trapura le acque e il greto scintillavano e nel mite fulgore la terra scura respirava benigna.
Cos passarono gli anni: la campagna fior e le querce giovani e le olivelle piantate nella terra dissodata divennero grandi alberi e chiazzarono di macchie verdi la terra nera. I campi si trasmisero di padre in figlio: tutti frugavano a primavera nella zolla umida e in autunno la squarciavano con gli aratri a punta. Muri, cumuli di pietra tratti dalla terra, annerivano da secoli sotto il sole.
Il suolo raccoglieva le gocce di sudore dei mietitori di luglio e riassorbiva gli animali morti che aveva visti nascere.
I loro vecchi, i malfutani li seppellivano in chiesa sotto al pavimento delle navate; avvolti nel sudario i cadaveri erano inghiottiti da una botola coperta da una lastra di pietra levigata dalle ginocchia delle donne che vi pregavano su. Per il due novembre sulla pietra sepolcrale s'accumulava il grano che i parenti offrivano al curato perch pregasse per i defunti.
Nel 1818 quando Re Ferdinando I, applicando un decreto di Gioacchino, impose la costruzione di un cimitero il primo malfutano morto lo dovettero accompagnare quindici guardie civiche venute da Petrella che minacciavano il popolo di Malfuta con i loro fucili.
Il cadavere se ne and al suo riposo tra le baionette.
Poi s'abituarono, e i morti furono sepolti nel cimitero che, fondato sulla terra solida, ebbe, dopo solo qualche anno, i primi spacchi, e si mise a scivolare anche esso con i suoi scheletri per seguire Malfuta verso la valle.
Quei di Malfuta confermarono con gli anni la loro fama di gente bizzarra e intrattabile. In quel loro covo screpolato e motoso non c'era anima viva che avesse il coraggio di andare ad abitare. Quelli che ci capitavano d'estate nelle fiere e nelle feste facevano un voto speciale a san Rocco perch la rovina prevista da secoli non avvenisse proprio in quei giorni.
I malfutesi non uscivano dal loro luogo che quando andavano soldati o in galera.
Si sposavano tra loro ed erano tutti parenti: quando erano sereni e quieti al lavoro o nelle lunghe veglie invernali si chiamavano tutti "zio" e "fratuccio" ma quando bevevano o dividevano le eredit mettevano sempre mano al coltello.
Il vento la pioggia ed il sole vennero su Malfuta e la rosero e la spaccarono sempre peggio.
Ma i malfutesi puntellavano i muri e zaffavano con calcina gli spacchi.
Morirete tutti come topi, dissero gli ingegneri del Genio civile venuti a costruire una briglia a valle. Era d'estate e la briglia veniva bene: quadrata diritta a piombo. I vecchi che prendevano il sole guardando i muratori al lavoro, sorridevano muti tra le grinze dei volti squamosi di sporcizia. "A novembre, pensavano, la mota l'inghiotte".
E a novembre la mota l'inghiott; per Natale la fanghiglia aveva seppellite le pietre sotto la mobile coverta bigia e ci piovve su per un mese una pioggerella trita; la terra gi liquida rigurgitava verso il Biferno che l'accoglieva nella sua corrente motosa.
Una notte una casa rovin di schianto e seppell cinque persone. Si alzarono tutti; le donne urlando; i bambini seminudi piangevano per il freddo. Nel buio rotto dai guizzi incerti delle lanterne s'intravvedevano i visi degli uomini che s'erano messi a rimuovere i sassi con una alacrit angosciosa.
Tre agnelli scampati dalla stalla forse aperta, belavano con la voce tenera di quando venivano scannati. Un ragazzo ne afferr uno e se lo stringeva al petto: l'agnello emetteva un belato lacerante.
Lascialo, disse una voce.
No. Sono tutti morti e adesso  mio.
Gli arriv un manrovescio che lo mand a rotolare a due passi. Ma quello non lasci la preda.
Nascono diavoli, liberaci. E si fece il segno della Croce. Poi si sput nelle mani e riprese il piccone.
Al mattino l'alba rivel i cadaveri maciullati dalle macerie: in attesa delle autorit le donne s'inginocchiarono in circolo tra la mota e piansero flettendosi sul busto e battendosi le ginocchia ritmicamente.
La pioggia accompagnava brusendo in sordina. Gli uomini dietro guardavano i cadaveri, immobili con gli occhi acquosi.
Vennero le autorit e i cadaveri furono rimossi. Un signore tutto vestito di nero disse rivolto al parroco: Ci vuole una soluzione radicale. E il parroco una mattina alla prima messa disse:
Ci faranno un paese nuovo accanto alla provinciale, dirimpetto a Morrone: bisogna accettare fratelli se no moriremo tutti: non possiamo fratelli dilettissimi, rifiutare la provvidenza del Signore.
Gli uomini uscirono dalla chiesa preoccupati; ma poi uno che aveva la pipa sempre incastrata tra i denti fradici fece:
Io non ci credo: e poi ci vanno loro dalla provinciale a fare lo scasso della Cavatella; ci vogliono due ore, ci vogliono. Caduta una casa? non ne cadeva una dal tempo della signora Ava; cadono tutte? Le case nuove che fanno con lo sputo, quelle cadono.
Un mormorio di approvazione accolse le sue parole.
Uno pi giovane che aveva il cappello pieno di penne di pavone e una festuca in bocca comment:
Non ce ne andremo? e cos moriremo tutti come fessi.
Zitto tu, disse il padre che era tra i presenti. Quando stai in mezzo ai vecchi non devi parlare. E quello chin la testa si ritir borbottando e and a far gruppo con altri giovanotti che riuniti in circolo anch'essi parlavano rado e sputavano al centro schizzando la saliva tra gli interstizi a bocca semiaperta. Sogguardavano le ragazze che uscivano di chiesa con le mani sul grembo serie e gravi come se volessero difendere con quel cipiglio taciturno, le mani in croce sul ventre, la loro maternit futura.
Andavano lente ma fuori del tiro degli sguardi degli uomini si mettevano a ridere frenetiche senza un perch e le anche avevano guizzi improvvisi sotto le gonne di panno nero.
Tornate a casa, le strade si empivano del frullo degli stacci che le mani scure facevano girare sulle tavole delle cucine nere. Allora s'era ai primi di febbraio e le siepi si erano vestite. Qualche pesco sfogliava piccoli petali sulle acque gonfie dalle nevi disciolte.
Sotto il nuovo sole della primavera nella luce nitidissima del meriggio quieto le case di Malfuta apparvero pi decrepite e nere.
Le ragazze mentre sugli usci dipanavano le matasse di lino per ordire la tela per le lenzuola nuziali, si misero a sognare un villaggio tutto bianco e nuovo, aperto sulla spianata di Monte Peleio col sole che ci batte al mattino e lo riempie di fulgore accecante; il bianco delle mura, l'azzurro del cielo, l'oro del sole: il canto alle finestre arriva fino al Tratturo.
Gli uomini giovani indovinarono quello che c'era negli occhi svagati delle donne e una notte si riunirono quando comparvero le gallinelle nel cielo sereno illuminato dalla luna fredda e giovane di febbraio. Uno accenn sulla fisarmonica un vecchio rosario di note in cadenza e tutti dapprima incerti poi via via riscaldandosi trovarono la strofa e la cantarono in coro:
E se il padre non ti lascia
io di notte mi ti porto
e ti sfascier la porta
per non farti pi penar.
Il giorno dopo la nota trasvol sui campi: le donne rispondevano dai borri goccianti di brina:
portami con te fino all'inferno.
I padri e le madri chini sulla terra sarchiavano con concentrata attenzione le porche verzicanti di grano tenero: la testa non si sollevava che raramente per guardare le nuvole bianche che andavano pel cielo sereno, e che facevano ombra sulle case brunastre di Malfuta. Abbracciate l'una all'altra le case avevano come un aspetto umano, di gente che si guarda con indifferente serenit, tanta  lunga la consuetudine della vicinanza.
Viste cos da lontano erano sotto gli occhi dei vecchi come un libro senza segreti; ogni pietra aveva la sua storia, narrava mutamente una sua canzone di gesta, di piccola gesta di morte di sangue e di miseria. C'erano angoli dove la solitudine s'empiva di voci di risa e di bestemmie, dove i sassi del selciato, ora sdentato come una vecchia bocca, pareva che avessero con una specie di tenacia umana resistito alla terra corrosa, nel profondo, dall'acqua.
Abbandonare per loro quelle vecchie pietre, era la morte: il solo pensarlo dava dentro un senso di vuoto abbandono; tolte le note dei sassi e i fiati umani incrostati nelle pareti, dentro non rimaneva nulla. Senza radici, vecchie piante si sentivano; inaridite dal basso e pronte a crollare sulla terra.
Il villaggio sorse veramente. Accanto alla provinciale spianarono il terreno impiantarono i binari e scavarono le fondamenta.
C'era una macchina che masticava la pietra viva di Petrella con un rumore infernale. Spaccava dei massi di un quintale e ne faceva breccia grossa come noci.
Il rumore, quando al crepuscolo taceva ogni altro suono, nella raccolta pace dell'aria si faceva lacerante, sormontava il Peleio e raggiungeva con la sua eco rugginosa Malfuta.
Martellava sulle povere teste stanche dei contadini che fumando quietamente sugli usci attendevano che il desinare fosse pronto. Nell'interno le donne si movevano tra il fumo delle frasche e l'afrore acre dell'olio fritto: i bimbi in ginocchio o seduti sulle scranne avevano i visi avvampati dai riflessi della fiammata.
Ogni rintocco della brecciatrice batteva sulle case di Malfuta e le sgretolava: un'inquietudine sorda s'impadroniva di tutti. La sicurezza ferma che prima tutti avevano diminuiva; forse Malfuta poteva veramente crollare.
Tra i vicoli gli sguardi erravano appannati di tristezza. Sulla spianata di Monte Peleio gli operai scavavano le fondamenta seguendo le tracce quadrangolari dei picchetti: poi sorsero dalle fondamenta le lingue di ferro come una piantagione di rugginosi fiori metallici e incominciarono le colate di cemento.
Le mura si elevavano come per sortilegio.
Quei di Malfuta non volevano vedere il lavoro. I giovani, vigilati dai vecchi taciturni e ostili, sarebbero stati curiosi di guardare le loro case future, ma non potevano andarci.
Un giorno a Marietta del Favaro scapp una capra: pareva impazzita. La rincorse col fiato mozzo e senza volerlo raggiunse il monte, dietro all'animale che trottava allegramente per lo stradone polveroso. Gli operai la scorsero e le lanciarono dei frizzi, in uno strano dialetto gorgogliante; poi un gruppo lasci il lavoro e rincorse la capra e riusc ad afferrarla:
Ora ce la mangiamo, disse uno guardando Marietta con gli occhi cupidi. La ragazza strillava: allora uno la pizzic sulle natiche e lei gli afferr una mano e vi affond i denti fino all'osso. L'uomo mugol per la fitta e la rovesci di schianto sulle pietre.
Gli altri intorno ridevano incitando il ferito. Sopravvenne un sorvegliante bestemmiando: Vi scaccio tutti come cani.
Marietta si rialz e torn verso Malfuta con una mano affondata a tenaglia nel vello dell'animale e non disse nulla.
La notte sogn due occhi diabolici confitti nei suoi e ud nel viso quel respiro acre di tabacco e di vino.
Il lavoro dur diciotto mesi e il villaggio fu compiuto. Erano forse duecento case tutte bianche con i balconcini verdi e le terrazze grige; la chiesa, la scuola, il lavatoio, le fontane, la casa del podest. Le case erano disposte in ordine geometrico e guardavano quasi tutte a levante verso Morrone e il Tratturo che piegava a valle del paese e rimontava la ripida costa del Monte Gerfato per perdersi poi nella piana di Puglia.
Le case, di giorno erano battute dal sole che faceva scintillare la pietra bianca; di notte, la luna dava al biancore un che di funebre da cimitero suburbano. Non un lume, non una voce: solo il bianco del lume lunare e la sinistra immobilit delle case.
A cielo buio, nelle notti di tempesta la pioggia scrosciava sui muri che non ne assorbivano una goccia: per le strade l'acqua fluiva in rigagnoli netti come tra le vene di una roccia; il vento non era che sibilo, non tremava luce, non batteva un'imposta. Le case si offrivano passivamente alle raffiche senza partecipare al moto dell'atmosfera con la rigida indifferenza dei cadaveri.
Cos la videro una notte un gruppo di malfutesi che tornavano da Campobasso, colti dal maltempo e dal buio sotto Petrella. Scorto il villaggio nel buio s'erano raccolti in un gruppo taciturno: tra il bruno dell'ombra l'ammasso bianco delle case emergeva incerto. Ascoltavano la pioggia che sferzava le mura con rumore metallico. Di tanto in tanto il tuono scoppiava improvviso alle loro spalle e il fragore s'arrestava come per incanto in prossimit delle case; pareva rimontasse verso Petrella con improvviso cambiamento di rotta.
Ma poi, d'un tratto, il cielo s'apr sopra il villaggio con due lingue fosforiche accecanti e illumin di un bagliore subitaneo le case: le due lingue raggiunta la terra si divisero in cento lingue serpentine che s'unirono nelle vie deserte tra il candore sinistro delle mura e accesero un improvviso gioco di luci e di sibili che diedero una vita infernale, balenante alle case.
I malfutesi si segnarono e si strinsero in gruppo pi compatto come per difendersi da un misterioso pericolo. Stettero fermi qualche attimo come inchiodati al suolo dal loro terrore, poi ripresero esitanti il cammino.
Il giorno seguente parlarono con voci sommesse del villaggio stregato: dopo qualche mese si narr che nelle notti buie i diavoli appiattati negli angoli si richiamavano con i fischi che si mutavano in lingue di fuoco.
Venuta la nuova estate quasi ogni domenica arrivava gente forestiera e montata su un tavolo in piazza, faceva un discorso per incitare i malfutesi a fare acquisto delle nuove case.
Il Governo vi d la casa nuova per pochi soldi e la potete pagare in vent'anni a piccole quote, poche lire al mese; la civilt, il progresso..., queste vecchie baracche, ci creperete sotto.
Nulla: nessuno si presentava a firmare il contratto: una ripugnanza invincibile prendeva i vecchi di Malfuta: ed erano loro che avevano i soldi e, come duecento anni prima, li tenevano nascosti sotto le materasse o chiusi nello scapolare tra l'immagine di san Rocco e quella di san Paolo contro il morso delle vipere. Ora che il sole batteva rovente sulle case e non c'era un sentore d'acqua sulla terra, Malfuta secca, calcinata faceva tutt'uno con la costa granitica.
Nel giugno, nei primi giorni della mietitura c'era stata contesa tra i giovani e i vecchi; s'erano guardati negli occhi arrossati dal sole rovente con un odio stanco, ma il manico delle falci aveva scricchiolato sotto la stretta delle dita sanguinanti.
Poi nessuno pi parl del villaggio nuovo. Erano stati un mese chini sulle messi gialle, poi avevano girato sulla paglia e sollevato al cielo vortici di pula e di chicchi e bevuto vino rosso a garganella; le lingue impastate non trovavano che il mozzo grido, per incitare le vacche fetide nel giro lento dell'aia.
Poi d'agosto, accumulato il grano in sacchi disposti a pila nelle cucine nere, meriggiavano taciturni aspettando la festa di san Rocco. Venne la festa e si svolse col solito rituale: messe, prediche, processioni, banda, maccheroni di zita, carne di pecora, vino. Tutto solito; ma la notte in luogo degli organetti che sonavano fino all'alba i vecchi avrebbero giurato di udire misteriosi rumori di animali su per la costa: qualcosa d'insolito che li rendeva inquieti. Arriv l'ultima sera di festa: bisognava riportare san Rocco in processione sul limite nord della frana.
Il santo avanti sorretto da quattro giovani gagliardi; dietro i preti litanianti, dietro ancora il popolo con i ceri e le fiaccole: il sentiero era stretto, la fila perci interminabile; da lontano un rivolo di lucciole che andava sulla terra in tenebra sotto il cielo stellato; clamore di trombe, grida di evviva che si ripetevano a tratti come un ordine trasmesso ad urli su un mare in tempesta.
Giarrato, in alto ogni tanto mandava in aria una bomba che s'apriva nell'ombra con un sordo scoppio e versava sul rivolo di luci una pioggia di grani luccicanti.
Poi erano scoppi pi alti azzurri e gialli: prima laceranti e brevi poi fragorosi per l'eco delle valli rintronate dagli spari. Allora s'elevavano pi alte le grida verso il santo che in cima alla colonna mostrava il suo capino di cera con l'aureola gialla tintinnante nel moto ondoso dei portatori.
Ad un tratto gli spari cessarono: la terra fu avvolta nel buio punteggiato dalle fiammelle incerte delle candele.
In capo alla colonna ci doveva essere stata una sosta inquieta e l'inquietudine si trasmise al rivolo dei fedeli e si manifest con un arresto e con un silenzio improvviso di tutti.
Il fianco del monte dirimpetto ebbe un chiarore labile: poi la luce si dilat a guizzi a scoppi, frugava i botri e le macchie e riappariva pi larga e pi ferma.
Qualcuno ebbe un grido seguito da una imprecazione sorda poi le grida si moltiplicarono e qualcuno, una donna, elev uno strillo metallico: Al fuoco! La parola fu ripetuta, pass sulle teste che via via si volgevano trasmettendosi la notizia.
Malfuta bruciava: in pochi minuti le fiamme spuntarono come dal suolo: il fuoco si sprigionava da punti lontani come se la fiamma fosse trasmessa dai rami di una sorgente sotterranea.
D'un tratto fu un correre pazzo gi per il sentiero; nella corsa le fiaccole prendevano vento e la fiamma s'ingrandiva: pareva corressero verso il fuoco come per alimentarlo ancora. Gridavano. Aiuto! Spegni! Acqua! e correvano con le torce in mano.
Dopo il primo trambusto il passo si fece pi cauto: a mano a mano che i minuti passavano le case scomparivano tra il fiammeggiare sinistro: si sentiva il rovinare delle mura e il crepitare delle travi infiammate.
Pareva che tutti gli elementi che componevano le case avessero una strana fretta di essere distrutti.
Quei pochi che erano arrivati ai limiti dell'incendio si fermarono e si guardarono in viso: erano un pugno di vecchi forse due dozzine di uomini e donne. Si volsero indietro e videro che il rivolo di lumi continuava la sua ascesa su per il monte; un vocio confuso e grida altissime superavano ogni tanto il fragore dei crolli.
Allora, come se un'idea subitanea li avesse contemporaneamente illuminati, lanciarono le loro torce nel rogo e si misero a correre affannosamente su per l'erta. Raggiunsero la coda della processione e ripresero la lenta marcia degli altri.
Quando arrivarono in cima, la testa della processione aveva raggiunto di gi le prime case di Malfuta nuova; le fiamme delle candele la illuminarono blandamente: il bianco si mischiava alle ombre e le case persero la loro rigidit funeraria.
San Rocco e gli altri santi percorsero la via principale ed entrarono nella chiesa rifulgente di candele: qualcuno aveva preparate le nicchie, qualcuno aveva pensato all'organo e all'incenso.
I boati delle canne, insieme con l'odore dell'incenso si sparsero per le vie, dove gi erano corsi i ragazzi che vociavano e si rincorrevano nella penombra.
Come per incanto alcune case si apersero: e il vino trafugato dalle vecchie cantine di Malfuta fu versato nelle fiasche.
Una fisarmonica sgran le note di una tarantella e Giacomo Brenta prese per mano la vecchia moglie che si scherm ombrosa e sgarbata; ma poi dopo uno strattone del marito riusc a ritrovare uno scatto giovanile delle gambe.
Dopo qualche giro una giovane si stacc dal gruppo degli astanti e colp secondo l'usanza, per scacciarla, la vecchia con una botta dei fianchi generosi e ball nella piazza con una furia elastica, che mise il fuoco nelle carni a tutti.
E allora tutti si mossero e ballarono incitandosi con le grida, con lo schiocco ritmico delle mani.
E bevevano e mangiavano sotto il cielo mite di agosto.
Si calmarono e entrarono nelle case: si ud il dondolio di una culla, il lamento fragile di un lattante, il canto roco di un ubbriaco solitario.
...
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FINE.
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Ladro di galline.
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Gentile era un contadino biondo con baffi neri, piccolo di statura, magro e di pelle donnesca e delicata. Lo aveva trovato ravvolto in un pacco di cenci la mattina del 6 luglio 1904, sotto una quercia al bivio di Carrozzello, una contadina dei d'Elia andata a far legna nel bosco.
La contadina aveva detto: Creatura di Dio, e se l'era preso in grembo che dormiva ancora. Quando ud il primo vagito si slacci il corpetto, se lo appese al seno e lo allatt quietamente. Il primo sole sfiorava appena la volta cupa del fogliame senza raggiungere l'odorosa aria notturna che ancora alitava fra i tronchi.
Dopo qualche minuto pass un vinaio che andava a caricare a Lupara: cavalcava a gambe larghe tra i barili vuoti appesi al basto.
Trovato?
Trovato.
Sangue di Giuda. Il vinaio era sceso e aveva allargato con le dita nodose le bande che avvolgevano il collo del bimbo per guardargli meglio il viso. Disse: Deve essere di razza gentile!
Il bimbo aveva il colorito perlaceo di un fiore primaticcio: un ricciolo biondo cenere gli scendeva sulla fronte.
Gentile: il nome gli rimase perch venne su di membra delicate e piccolo di statura. Da ragazzo il sole che prendeva sull'aia o il vento diaccio del bosco san Martino non riuscivano ad abbronzarlo: la sua pelle diventava una vampa, ma nell'ombra riprendeva rapidamente la sua tinta di rosa pallida.
Crebbe come Iddio volle: calci, fame, baci furiosi della sua mamma improvvisata.
La donna allevava un figlio di un anno pi grande di lui, avuto dal suo padrone; poi ne ebbe un altro da un conciabrocche di passo e la misero sulla strada. Allora si ridussero alla miseria e Gentile mangi quando capitava. Il mangiare era per lui un'avventura, che si verificava in ore e circostanze sempre nuove; il mangiare gli dava un'allegria che non si esprimeva in risa o in movimenti ma in un riposo cieco e ottuso. La festa l'aveva dentro nel calore ritrovato del corpo.
Una volta lo mandarono a scuola: la moglie di un ingegnere che costruiva il ponte sul Cervaro, costretta a svernare con suo marito a Guardialfiera, si occup di lui con l'esagerata premura della carit fatta per noia. Lo lav, lo ravvi, gli fece dei vestiti, lo nutri di cibi delicati e costosi, lo aiut ad imparare.
Il ragazzo aveva allora dodici anni; visse per alcuni mesi in un'atmosfera attraente e repulsiva ad un tempo. La signora che era bionda grassa e bella si spogliava e si vestiva davanti a lui: la sua carne pastosa e frolla empiva l'aria di un profumo rivoltante.
Il ragazzo la sentiva bollire come un cibo ripugnante ed odoroso che lui non voleva mangiare; la deglutiva lentamente e gli si empivano le ghiandole del palato di un succo mielato ed ardente che gli chiudeva la gola.
La signora part ai primi dell'estate e gli lasci cinquanta lire e i vestiti: le cinquanta lire glie le prese la madre; i vestiti, i rovi delle fratte.
Quando i compagni lo videro di nuovo a brandelli ripresero a bastonarlo. Gentile ne provava una rabbia terribile; per ogni ceffone per ogni calcio pensava ad uccisioni, ad una ferita straziante, a ventri squarciati a colpi di coltello.
Ma erano troppi, gli altri; e Gentile si difendeva parando i colpi con le mani a benda sulla fronte e con un sorriso che gli empiva i grandi occhi azzurri di una tenerezza acquosa ed umile che eccitava la banda.
Se l'avversario era uno solo fuggiva: aveva un'agilit da gatto tutta guizzi e finte: sfuggire all'avversario era la sua vittoria. E la vittoria accendeva un suo trionfo esitante pieno di tremori. Se la fuga lo portava lontano dal nemico si fermava e si volgeva indietro con uno sguardo misto di soddisfazione e di ansia: l'eccitazione della lotta gli colorava le guance e il viso gli splendeva di malizia benigna.
Dormiva in una stalla sottostante alla stamberga dove abitava sua madre.
Fino a due ore di notte per il vicolo diruto e buio si udiva il fragore delle scarpe ferrate di qualche contadino che si fermava all'uscio della madre a barattare attraverso la gattaiola qualche parola soffocata a cui rispondeva la voce irosa della donna. Se le repliche si facevano pi insistenti il borbottio incomprensibile della donna diventava pi basso poi si estinguevano; seguivano un ciabattare rapido, il rumore della serratura rugginosa; la porta si apriva.
Talvolta i galanti erano due: allora arrivavano con l'organetto a quattro bassi; uno suonava una sua triste melopea, l'altro cantava in falsetto:
Apri mia bella!
Qua fuori, di freddo
io moro.
Poi picchiavano: in genere erano adolescenti che alla prima risposta aspra raccoglievano un sasso e lo lanciavano contro la porta di quercia che risonava come una tomba: il rumore li inseguiva per il vicolo a budello confondendosi con quello metallico delle loro scarpe.
Allora Gentile si svegliava e vedeva la luna.
La luna gli entrava per la finestra ad inferriata che era accanto alla porta ed innondava la paglia. Era un fulgore gelido che aspirava il calore animale del luogo e se lo portava nell'aria fresca della notte di giugno.
Il mulo che aveva battuto fino allora ritmicamente lo strame punteggiando il suo sonno era immobile ed aveva acquistato la consistenza friabile di un monumento di gesso.
Allora Gentile sentiva un improvviso gricciore nella pelle, apriva la porta ed usciva nella strada: le case erano livide di luce; non un filo di fumo non una macchia di sudicio: silenzio e nitore di cimitero.
Abbandonava il paese e penetrava nella campagna purissima: la freschezza d'argento gli faceva chiara la mente e gli dava una insopportabile coscienza di s: solo nella notte la sua rabbia divampava con un raggio grande come l'orizzonte. Si metteva ad urlare perch il suo urlo era solitario e nel silenzio, agghiacciando la sua pelle, doveva far tremare tutti.
Se gli rispondeva l'uggiolio straziante dei cani nei casolari, urlava ancora ed era improvvisamente contento di quel sinistro concerto che egli aveva provocato.
La sua gioia si mutava in un irrefrenabile desiderio di moto; allora saltava una fratta si arrampicava su gli alberi da frutta e coglieva bacche acerbe, staccava rami, strappava foglie, saltava di ramo in ramo e la sua furia selvaggia seguitava a lungo col suo ridere sguaiato.
Quando Gentile ebbe quindici anni incominci a lavorare. Nessuno gli aveva insegnato un mestiere ed egli ne apprese cento; cento mestieri che gli davano da vivere scarsamente, che lo facevano mangiare a salti.
Era conciabrocche, impagliasedie, intrecciatore di canestri, corriere, banditore, pescatore di frodo di ranocchi e di pesci, aiuto fuochista, aiuto saltimbanco.
Lavoratore occasionale era sempre presente a fatti eccezionali per il piccolo villaggio nel quale viveva.
Via via la gente s'era abituata a vederlo; c'era un posto nella piccola comunit che nessuno aveva mai occupato che era sua invenzione; glie lo lasciavano.
Non lo bastonavano pi neanche: Gentile era un lavoratore febbrile e discontinuo; faceva il suo lavoro con una rapidit ammirevole; aveva fretta di finire. Esigeva un compenso immediato e lo ripartiva avaramente per pi giorni: quando aveva da mangiare rifiutava di lavorare. Cos magro e piccolo com'era pareva impossibile potesse rimanere tante ore immobile al sole con gli occhi chiusi senza dormire, con i barbagli iridescenti filtrati nelle pupille.
Quei giorni, quelle ore, erano la sua felicit; assaporava quietamente il suo riposo; non aver nulla da fare a stomaco pieno! Il suo corpo diventava prezioso, gli apparteneva per intero; era armonico libero aveva la gratuit di un dono.
Sentiva oscuramente la fatalit della sua gioia: tornavano il sole, la pioggia, il verde, le bande; i giunchi, i fuochisti; c'era un ritmo nel suo universo di cui egli era una nota essenziale.
A volte d'estate nel suo letto pulitissimo (teneva il suo stambugio e la sua biancheria in perfetta pulizia), nudo, sotto il lenzuolo, sentiva il suo corpo leggero magro delicato con grande piacere; faceva pigri e flessuosi movimenti e poi guardava per ore la parete di fronte, con totale assenza di pensiero.
Si alzava per la fame: allora faceva un lavoruccio, intrecciava un canestro e lo vendeva per quattro o cinque lire. Per due giorni non faceva pi nulla.
Ma di maggio i giunchi erano secchi e i contadini attendevano il raccolto con le provviste quasi esaurite; per Gentile erano giorni difficili.
La campagna a grano del verde scuro della primavera avanzata era gonfia di linfe acerbe: sotto il vento il grano alto si fletteva e ondeggiava senza rumore; la spiga vuota aveva una lievit elastica e impertinente.
Il sole giovane percorreva alacremente il cielo tra enormi nuvole bianche che navigavano pesanti verso ovest e che al tramonto si fermavano per farsi accendere di viola e di rosso prima di morire dietro i monti del Matese.
La campagna era percorsa da una lieta speranza e Gentile a stomaco digiuno accoglieva in grandi occhi dilatati le luci morenti del tramonto: la notte andava a rubare le galline.
Penetrava nei pollai dalle finestre: si cacciava tra i riquadri delle inferriate con una flessuosit da anguilla o apriva le porte mal chiuse con un chiavistello di sua invenzione. Penetrava nel buio con un tremore delizioso nella pelle; i suoi nervi parevano punte di aghi, avvertivano il luogo dove le galline dormivano raccolte su loro stesse a covarsi il tepore delle piume: queste correnti impercettibili di calore convergevano sulla sua pelle. Procedeva al buio con le mani protese, mentre i pidocchi pollini gli saltavano a centinaia sulle gambe come fossero l ad attenderlo con una festosa e varia furia di punture: gli succhiavano il sangue con un'aggressivit estrosa e il prurito gli faceva montare su per le cosce tenui vampe di calore.
Avanzava con una leggerezza piumata, con l'alito chiuso nella gola secca: sentiva gi nelle dita il fruscio solleticante delle piume e poi il calore sui polpastrelli della pelle nuda e scabra della preda.
Aveva un gesto rapido e concordato delle due mani, che non permettevano all'animale altro che un attimo del chiocciolio roco che le galline fanno nel sonno e lo starnazzare basso e lascivo delle ali dopo un incontro col gallo.
Il rumore era cos piccolo che le altre galline non provavano che la vaga inquietudine dell'aria mossa da quel corpo proveniente dal bieco spazio immenso che era oltre il loro breve e caldo circolo vitale.
Le mani piombavano sul loro sonno con rapido moto; sul collo e dietro, sotto la coda: chiudevano i loro rapporti con la fredda aria lunare e il sangue si metteva a bollire con un improvviso insopportabile vigore.
Quando le teste pendevano flaccide oltre l'indice e il medio chiuse ad anello che si stringeva con una pressione ferrea e intermittente Gentile usciva con una cautela automatica; ma aveva la febbre tanto la testa gli ardeva e le tempie gli battevano. Sul petto, sotto la camicia, aveva le due galline che agonizzavano e gli lasciavano sulla pelle, aderendovi, il loro ultimo calore.
Camminava rapido tra il buio come una fiera affamata e pavida: saltava i fossi e le fratte con una leggerezza da gazzella e gli occhi inquieti non vedevano nulla.
Poi si calmava: il freddo notturno gli spegneva la febbre e il corpo gli tornava pesante.
Raggiungeva Acquaviva o Palata all'alba: picchiava all'uscio dell'oste barattava le galline e poi comprava pane e biscotti. La frutta la rubava per la strada.
Poi Gentile ebbe venti anni forse ventuno e gli accadde di scoprire il vino. Le cose erano andate cos.
Una sera ai primi di giugno era in piazza tra un gruppo di mietitori calati dai paesi montani dei dintorni. I mietitori avendo sentito il favonio lambire le loro case avevano pensato che nella piana di Puglia il grano doveva essere maturo.
Erano l ad attendere il tramonto che arrivassero i massari della Puglia per l'ingaggio: seduti per terra o appoggiati ai muri col mazzetto delle falci chiuse in una guaina di tela e la bisaccia che conteneva il grembiale di pelle di capra e i ditali di canna. Erano in genere silenziosi o si scambiavano rare parole con un accento gutturale e lento che dava al loro linguaggio il sapore di una lingua forestiera. Gentile li guardava oziando con le mani in tasca: li vedeva arrivare tutti gli anni dopo i primi favoni che raggiungevano dal mare le coste dell'Adriatico e portavano sulle ali tutto quel giallo caldo che tingeva gli steli del grano da terra e poi caricava pi densamente la spiga fino a farle il capo reclino. A Guardialfiera i soffi arrivavano pi tenui, avevano perduto vigore e tinte per strada: il giallo della sconfinata piana del tavoliere digradava screziato di verde verso i primi dolci dorsi dell'Appennino.
Quell'anno una sera gli capit che un massaro dopo avere ingaggiato tutti gli altri gli dicesse: E tu non vuoi venire?
Gentile fu colto da una inspiegabile inquietudine ma poi fu felice di rispondere:
Ma io non so mietere. L'argomento gli parve persuasivo e sorrise come chi abbia trovato il rimedio infallibile ad un suo fastidio improvviso.
Non importa, impari. Ti do venti lire e cinque pasti. Vieni.
And. Si collocarono su un carretto da grano tirato da muli e si avviarono lentamente verso la piana, al passo, sotto un cielo gremito di grandi stelle.
Gentile s'addorment tra due mietitori di Castelluccio che gli premevano il delicato corpo con le costole dure, gli respiravano sul viso i loro fiati cavernosi e gli comunicavano un calore animale aspro che gli metteva il sangue in tumulto. Il sonno di Gentile era agitato; di tanto in tanto apriva gli occhi e vedeva le stelle e odorava attento le ombre con gli aromi antichi delle margherite morte.
Al mattino arrivarono a Serracapriola; gli diedero una falce e ditali di canna e Gentile cominci a mietere. Mieteva male a scatti senza ritmo; la sua porca faceva una punta nella fila dei mietitori che si flettevano rapidi e precisi con un movimento ondulato di gente al remo.
Poi il sole si piant a mezzo il cielo e saett perverso sulle schiene curve: i raggi frugavano il petto implume di Gentile fin sotto la pelle e vi accendevano dei focolai ardenti di bollicine rosse, davano luce alle efelidi gialle. Il mare di ocra delle spighe era tutto un barbaglio; la sua gola era un forno per il fiato rovente che gli montava dal petto.
Fu allora che qualcuno gli porse la fiasca: l'abbocc. Il primo sorso quasi lo soffocava ma poi comprese che doveva respirare con le narici e il vino fresco gl'inond la gola, lo stomaco, gli penetr nel sangue; il chiocciolio del rivolo se lo sentiva nei canali delle vene secche, gelido e ardente.
Aveva bevuto con gli occhi chiusi come si poppa a una mammella: poi vide distintamente con nettezza geometrica la sua porca gialla venirgli incontro come un fiume e vi affond la falce con abbraccio crudele. La lama lunata scintillava un attimo nel sole poi s'insinuava nel bosco degli steli come una rigida lingua ricurva e falciava le spighe allettate che, prese ai gambi avevano un sobbalzo elastico da muscolo, un trepidare delle cime poi s'irrigidivano morte.
Raggiunse prima le spigolatrici, che chine sulle zolle aride cantavano in sordina: avevano i corpetti semiaperti ed una che aveva un largo petto bianco quasi scoperto gli lanci una spiga e gli fece un lungo sorriso. Gentile guard il seno e il sorriso e la sua bocca ebbe un succhio.
Fece un balzo e si lanci nel grano con foga pi grande; raggiunse gli altri mietitori; si alline ma poi incominci a dar balzi a chinarsi a destra a sinistra con agilit da puledro brado e li sorpass. Allora gli venne da cantare l'inno dell'alfiere, del mietitore capofila:
Io sono l'antiniero
e non mi lamento
se tengo la fiasca allo fianco.
Gli parve che la sua voce gli venisse dalla gola, rotonda e robusta ed invece era sottile e roca: furono le donne che ripresero il suo tono e gli uomini seguirono, una quinta sotto, con un muggito a bocca chiusa che gli fece tremare la schiena. Continu a cantare, mangi, bevve, miet saltando e correndo nel gran sole di giugno quasi accecato dai barbagli.
Quando fu sera gli si gelarono le ossa e dorm tutta notte un sonno di pietra.
Per quindici giorni lavor e s'ubbriac: poi una sera il cielo al tramonto fu rosso e i falciatori dei monti odorarono il favonio notturno e seppero che navigava alto per andare a maturare le spighe dell'Appennino.
La mattina all'alba ripresero la via del ritorno a piedi, taciturni e stanchi, resi bronzei dal sole. Gentile era una vampa: ma due notti al sereno gli ridiedero un pallore cinereo e le orbite peste. Arrivato a Guardialfiera si mise a letto e vi rimase tre giorni: beveva acqua fresca insaziabilmente; non gli riusciva di spegnere la calcaia che aveva dentro.
Ai primi di novembre dell'anno 1926 a Gentile capitarono cose nuove: era un dolcissimo novembre traslucido e inquieto con fiati di nebbie pigre fumiganti nella valle del Biferno, su dalle zolle sazie delle piogge recenti.
Gentile impagliava le seggiole nel suo stambugio e pescando la paglia intrisa nella conca, sentiva l'acqua diaccia che gli parlava dell'inverno e vedeva il solicello novembrino che cadeva blandamente dal cielo spento.
Fu in quell'autunno che Gentile scopr la malinconia.
Gli accadde di sentire che una cosa pensata qualche istante prima ritornava e persisteva chiaramente dentro di lui: e se ne accorse e la ferm per riconoscerla. Allora ebbe memoria di tante cose lontane e soffr senza una ragione immediata di sofferenza. Dur poco questo stato ma s'accorse con sbigottimento che le sue mani senza che lui lo sapesse avevano lavorato e intrecciato bene la paglia.
E poi tanti movimenti pot fare senza averne coscienza mentre sentiva dentro il persistere dei ricordi. Divenne inquieto e non pot pi lavorare.
Rimaneva ore seduto con le mani sulle cosce a guardare fisso un punto lontano inesistente e vagava per le strade del paese taciturno e rapido come avesse una meta.
Un giorno, una vedova che aveva una figlia rubiconda paffuta e soffice lo invit ad entrare.
Era di pomeriggio, faceva freddo e la vedova strizzando l'occhio gli fece posto accanto al camino di fronte alla figlia; poi gli offr i ceci abbrustoliti e un bicchiere di vino. Gentile mangi i ceci e bevve il vino: sent caldo alle ginocchia e guard Maria Tempata che gli sorrideva con la grande bocca rossa, semiaperta.
Non parlavano: guardavano il fuoco che ardeva quietamente ed ascoltavano la pioggia.
La donna era illuminata dalla fatua luce della fiamma dalla vita in su: a tratti, dall'incerto cumulo delle ombre sorgevano il busto e il viso con una consistenza fervida come qualcosa che viva per un attimo tumultuosamente e poi scompaia.
Gentile attendeva questo miracolo con una sorta di gaudio: poi via via, il sorriso della donna si compose in una specie di fluido mielato, quasi dal seno potente le montasse alle labbra un dolcissimo flusso.
Gentile ritorn ancora una sera, due: la vedova lo invitava sempre. Una volta ci trov un massaro che aveva una propriet a Lucineto dove lui aveva spesso rubato galline; il massaro si chiamava don Attilio Celentano e portava stivali e sproni.
Quella sera si mangiarono salsicce e pizze con i ciccioli. Don Attilio gli batteva sulla spalla con la mano vigorosa e gli diceva:Bravo Gentile, bravo Gentile, e gli dava da bere.
Gentile bevve, bevve; quello gli dava piccoli colpi sul ventre e Gentile rideva. Rise, irrefrenabilmente, poi bevve ancora, le palpebre gli divennero pesanti e si addorment.
Si svegli a notte alta: la pioggia fuori cadeva a rovesci e un vento gelido s'insinuava dalla connessura della porta e gli ghiacciava le ossa. Il fuoco era semispento; lontano nel buio la massa biancastra del grande letto si disegnava incertamente. In un angolo il corpo di Maria faceva un cumulo pi alto.
Gentile volle muoversi ma si sentiva molto stanco; quando apr bene gli occhi vide la solitudine; sent che tutta quella pioggia lo divideva da tutte le altre case e che quella stanza era la sola cosa vivente nel mondo.
Percep l'odore dei fiati sulle pareti, e a nari aperte il focolaio del gran corpo dormiente che lottava con gli odori umidi e morti della stanza.
Non seppe che cosa all'improvviso illuminasse di pi quel corpo, donde venisse tutta quella luce e perch d'un tratto il suo rilievo si sgonfiasse e diventasse mencio come una vescica.
Il cumulo bianco s'era mosso e l'odore tiepido s'era spostato e procedeva verso lui. Divenne inquieto poi ebbe paura, cap che qualcosa di tremendo stava per accadere.
Gli parve di capire che Maria lo chiamasse con una voce cupa di sonno, voce che gli parve scaturisse dalla terra perch il suo sangue ebbe come un balzo dalle piante in alto. Non rispose, non ne aveva la forza; poi si sent avviluppare da due braccia.
Poi, non seppe come, si trov a letto e fu attirato nel fosso pieno della carne calda della donna. Il suo magro corpo si sciolse, le giunture si addolcirono e Gentile cess di tremare: gli entr nelle membra un languore nuovo, appoggi la testa sul grande seno della donna e si mise quietamente a piangere.
Poi dolcissimamente si riaddorment.
Al mattino fu svegliato dalla voce aspra della vedova che presolo per una spalla lo scuoteva brutalmente. Nel dormiveglia a Gentile parve di udire le parole "disonore, rovinata". Ma neanche quando fu sveglio cap bene, non sapeva perch le due donne col viso chiuso tra le mani piangessero con tante strida.
Le due donne s'erano vestite e lui era rimasto a letto; non sapeva dove fossero i suoi panni; di alzarsi non avrebbe avuto il coraggio. Pareva che tutti lo dovessero vedere nudo sotto le coperte. Il suo viso delicato e donnesco avvampava.
La vedova apr le impannate ed entr la luce funebre del mattino. Entr con una sua crudele rapidit, disegn in un attimo il contorno delle cose misere che erano intorno: rivel le pareti bigie e muffite, le lenzuola sudice, le seggiole zoppe, il camino nerastro e illumin le grinze e gli occhi atroci della vedova che guardavano Gentile con una fissit gelida di serpe.
Maria non piangeva pi; n lo guardava: s'era messa ad accendere il fuoco; era in ginocchio e soffiava sulla legna. Gentile ne vedeva la gran groppa sollevarsi nello sforzo di raccogliere il fiato.
Poi la vedova usc e torn accompagnata da un'altra megera vecchia e sdentata che si puliva le bollicine della bava agli angoli della bocca vizza col dorso della mano nerastra e scabra come uno sterpo.
La vedova indic Gentile e ricominci a fiottare col viso chiuso tra le mani; anche Maria si risollev e pianse a gran voce.
Gli occhi di Gentile s'erano fatti mobili ed inquieti come quelli di un topo.
La vecchia sopravvenuta attese qualche istante, poi quando quel gran piangere accenn a finire allarg le magre braccia con eloquente moto e parl. Rimase un poco con le braccia larghe come a significare che quel che era accaduto era irreparabile. Poi cit molti casi simili con nomi e paternit facendo appello al ricordo delle due donne che ora tacendo facevano mesti ed austeri moti di assenso col capo.
Via via che parlava le parole rimestate nella bocca vuota di denti spumeggiavano biancastre agli angoli; allora la mano faceva la sua pulizia a guisa di spatola o con una delicata pressione prosciugante che stringeva a becco l'apice della bocca e ne mostrava le mucose azzurrastre.
Poi dov porre una domanda a Gentile perch sul suo letto conversero gli sguardi di tutte le donne e Gentile sent la sua delicata pelle farsi vulnerabile, piena di rossori e di aghi diacci.
Gli venne ancora da bestemmiare e da piangere; disse quattro o cinque volte di s.
I giorni che precedettero il matrimonio di Gentile furono giorni quieti: giorni di pioggia interminabili a cielo basso.
Gentile viveva a casa delle donne che gli davano da mangiare leccornie e lo facevano anche bere: il fuoco era sempre vivo e la legna abbondante.
Maria frolla e taciturna ruminava i suoi pasti con la sua quieta aria di vacca. La vedova sorrideva serpigna con gli angoli degli occhi: la vecchia mangiava con una tenacia ostinata e festevole e tracannava il vino rosso fino ad averne i pomelli accesi. Allora rideva, ed abbracciava Maria dicendole: pancotto! o pizzicava il sedere a Gentile e tentava di dirgli qualcosa; ma non ci riusciva per il gran ridere; gli soffiava in faccia il suo alito acido con la bocca di bimba avvizzita.
Una sera stacc dal chiodo il tamburello con i sonagli vi batt con le nocche, serr le labbra e cant gutturalmente:
Nai, nai, nina
Nai, nai, nina
Nai, nai, nina
Nai, nai, na!
Tent di piroettare seguendo il ritmo, ma le riusc solo di accompagnarsi col moto della testa e delle ginocchia; quando fece per alzare uno dei piedi traball e sarebbe caduta se Gentile non l'avesse presa tra le braccia.
Maria allora per la prima volta rise a garganella un riso potente tutto appoggiato su "a" larghe svasate; era come il fiottare dell'olio da un orcio troppo pieno.
Gentile in quel mese incominci a ingrassare; il corpo gli si arrotondava teneramente e il viso, perduti gli stiramenti rabbiosi della fame periodica, acquistava splendori perlacei di bella grazia.
Poi andarono a nozze fra le gran risa della gente e tumulto di ragazzi che raccoglievano i confetti di farina tra la fanghiglia della strada.
La sera, la prima dopo l'avventura precedente, Gentile rimase a casa di sua moglie e riconquist il caldo e soffice letto.
Aveva mangiato e bevuto pi dell'ordinario; e appena a letto si addorment di un sonno profondissimo aggomitolato con un piacere di gatta nel caldo delle carni della donna.
Sogn felicissimi sogni e al mattino destatosi ud la pioggia e il vento; vide l'alba livida che filtrava dalle impannate e pens che tutte le sere e tutte le mattine c'era per lui in quell'universo fradicio di acqua e di fango un angolo cos deliziosamente asciutto che gli apparteneva.
Si sentiva giubilante e avrebbe voluto saltare per mostrare la sua gioia ma si limit ad accarezzarsi le gambe e a zufolare: "Nai nai nina", l'aria della vecchia.
Passarono cos forse due settimane: una notte mentre Gentile era a mezzo sonno una mano pesante gli si pos sulla spalla e una voce gli disse: Alzati!
L'uomo era accanto al letto, alzava una lanterna cieca per illuminargli il viso e destarlo; lo riconobbe: era don Attilio Celentano.
Gentile non capiva cosa volesse n si chiese perch colui fosse a quell'ora della notte a casa sua; si volt sul fianco con un borbottio infastidito e allung la mano al posto della moglie; trov freddo e vuoto. Allora di balzo si mise a sedere sul letto. Intravide Maria Tempata in piedi, che lo guardava con la solita espressione di vacca mansueta.
L'uomo ripet: Alzati, non fare il fesso.
Gentile si ricacci sotto: furioso.
Allora don Attilio depose la lanterna e lo cerc a tentoni sotto le lenzuola; trovatolo, lo abbranc per le spalle e lo tir fuori del letto. Poi se lo prese in braccio e lo mise su una cassapanca dove gli avevano preparato un giaciglio.
Poi sveltamente si spogli e and a letto con Maria.
Solo allora Gentile comprese; si alz e trovata una sedia nell'incerto chiarore della lanterna la prese e fece per darla in testa all'uomo coricato; quello par il colpo col braccio e poi glie la tolse di mano. Gentile gli conficc le unghie in una spalla e poi glie la morse con un morso a succhio, da cagna.
Don Attilio soffoc un urlo; scese dal letto e imprigion Gentile con un braccio; con l'altro cerc i panni, spalanc la porta e lo scaravent nudo sulla strada. Gli disse: Cos impari l'educazione, figlio di troia.
Gentile sbatt con la testa contro il muro di fronte e rimase per qualche attimo stordito: poi la pioggia lo dest. Veniva gi a scrosci petulante allegra; rideva in rigagnoli chiocciolanti nel silenzio notturno, sibilava sulle pietre levigate delle case nere.
Batteva sulle spalle di Gentile in picchiettii multipli con fretta per entrargli nelle ossa.
Gentile ne fu quasi assiderato e non pot muoversi: lo trovarono cos due contadini intabarrati che andavano a governare i muli.
Non ebbero bisogno di domandargli nulla: compresero subito. Per riscaldarlo gli diedero delle gran pacche sul sedere poi lo presero per le braccia e lo portarono nella stalla.
Dormi qui, gli fece uno, se rimanevi l saresti morto. Buttarono alcune manciate di fieno nella greppia e due giumelle di biada.
I muli incominciarono a macinare l'avena. I due se ne andarono e dissero: Buona notte, con la voce di chi ha nella gola il sonno interrotto.
Gentile rimase solo con il tepore fetido del luogo, quel macinare bavoso dei muli e la gaia sinfonia della pioggia che scrosciava fuori.
Si rivest lentamente ma i panni erano fradici, gli s'incollarono addosso ghiacciandogli mortalmente la pelle.
Si sentiva nello stomaco un dolore vago ma pernicioso: forse aveva fame, una grande fame; si mosse con le membra spezzate e raggiunse la greppia e allung la mano per rubare le fave al mulo; ma nell'oscurit balenarono i denti di teschio della bestia e ne ud il ringhio feroce. Diede un balzo e raggiunse la porta.
Apr e fu di nuovo nella strada sotto l'acqua.
Si sentiva morire: rimont il vicolo scosceso diguazzando e raggiunse la porta di casa; si sedette sullo scalino e chiam: Maria! con voce tenera e incrinata: Maria!
La donna l'ud e gli rispose calma e grave: La chiave  sotto la gattaiola!
Gentile introdusse la mano nella buca e trov la enorme chiave sul pavimento.
Apr. La donna gli disse con dolcezza: Non far rumore, mettiti a letto, fai il buono figlio!
Gentile si rimise a letto e si sent meglio: pot ascoltare dopo un po' i due che russavano.
Era un russare potente di due grandi corpi che dormivano un sonno sazio e sonoro.
Gentile si accorse di respirarli e il sangue gli entr ancora in tumulto, accarezz nella tasca dei calzoni la costola del coltello a serramanico e gli venne l'idea di aprire un altro sfiatatoio in quelle fornaci di fiati roventi.
Ma il tepore del letto ebbe ragione della sua rabbia e s'addorment.
Ora faceva una curiosa vita; era riuscito una sera a farsi dare dieci lire dalla moglie. Con dieci lire in tasca era andato all'osteria, s'era ubbriacato e s'era vantato di essere molto forte. Due contadini gli avevano detto "cornuto" e lui aveva estratto il coltello per ucciderli. Quelli per un attimo ebbero paura e Gentile rimase per un istante immobile a godersi la sua gioia furente: la pupilla ubbriaca dilatata aveva quello stesso tremore donnesco di quando, bimbo, sfuggiva all'assalto dei compagni. Allora uno dei due si alz dal suo tavolo, lo disarm, gli richiuse il coltello, glie lo rimise in tasca e lo prese tranquillamente a schiaffi.
Gentile usc barcollando; sull'uscio disegn con la mano chiusa un vago e, nell'intenzione, mortale gesto di minaccia e si allontan.
Vag buona parte della notte cantando con voce di raganella "Barchettina barchettina che stai sopra una banchina". Poi sul tardi torn a casa, ritir la grossa chiave sotto la gattaiola e si mise a letto.
La mattina s'alz tardissimo e stette taciturno accanto al fuoco; s'ingozz ingordamente, poi la sera si fece dare altre dieci lire e and ad ubbriacarsi.
Minacci, lo picchiarono, usc cantando: seguit cos per un mese e divenne debolissimo e bilioso.
Una sera si sent male e Maria l'accolse nel suo letto.
A Gentile pareva di avere la febbre ed era invece solo terribilmente stanco. Maria a sentirlo cos debole e freddo se lo fece venire vicino.
E Gentile sent che la donna contro il suo fragile corpo era diventata enorme.
Maria gli disse quietamente con la sua voce impastata di grassa saliva: Sto per avere un figlio.
Gentile si svincol dalle sue braccia, si vest in un baleno e usc tremante, nella notte di febbraio.
Come un sogno percorse le vie del paese e usc nella campagna.
Campagna immobile dormente in uno stupore pietrificato sotto le stelle che il lume lunare aveva inchiodate in un cielo altissimo.
Alberi spogli, porche lavorate con le zolle aride e gelide. Faceva freddo e c'era nell'aria una immobilit attonita di attesa: Gentile sent che sarebbe venuta la primavera: che c'erano venti lontani pieni di lascive carezze e tiepide che avrebbero sciolte le linfe che urgevano alle gemme, ai rami, alle punte delle foglie del grano tenue come pelle.
Tutto era gonfio e pronto ad esplodere e lui aveva freddo nel profondo dei muscoli.
Camminava rapido con una leggerezza da oggetto senza peso accompagnato dall'ombra lunghissima ed aguzza, che penetrava col ritmo del passo, come s'affannasse a violarla, la metallica luce della luna.
Raggiunse il fiume l'attravers sul ponte del Cervaro, s'arrampic per una straduccia pietrosa su per l'alta ripa e raggiunse l'orlo della "Sciata Marubba". Il fiume era largo e stagnante in quel punto; pi a valle c'era una gola a sella che regolava il corso verso il piano.
Gentile s'arrest un attimo e guard la pozza buia: la luna non l'aveva ancora raggiunta. Arrestatosi s'accorse che lo prendeva una leggera vertigine e riprese la sua strada; raggiunse la Masseria di Santa Maria in Civita e penetr nel pollaio. Voleva essere cauto ma non ci riusciva, aveva le mani tremanti e le ginocchia molli. Gli schiavoni che coltivavano il podere avevano il sonno leggero ed avevano fama di gente feroce.
And avanti nell'oscurit; conosceva solo vagamente la disposizione dei locali: tent di aguzzare gli occhi ma non vedeva nulla. A un tratto inciamp in un truogolo, fu per cadere, ed annasp con le mani levate per aggrapparsi a qualchecosa; trov a destra una pertica vi si abbranc a caso; la pertica usc dai sostegni, Gentile cadde e forse venti galline volarono starnazzando e crocidando.
Fu un improvviso concerto di frulli, di gridi, pazzi, rochi, acuti, cantanti: volavano terrorizzate nel buio e il suo tentativo di alzarsi accrebbe il rumore e la paura. Gentile tent carponi di raggiungere l'uscio per fuggire ma una folata di ali lo respinse; due galline che gli avevano battuto sulla testa, lo avevano mezzo accecato.
Fuori i cani latravano rabbiosi: Gentile riusc a trovare l'uscio ma quando fu fuori ebbe addosso i cani, grossi cani che l'abbatterono con un balzo e lo azzannarono.
Sopraggiunsero gli schiavoni borbottando nella loro lingua atroci bestemmie e avventarono nel mucchio randellate pazze.
I cani gemendo lasciarono la preda. Gentile giaceva riverso con gli occhi chiusi.
I due se lo indicarono e uno disse: Gentile! Che doveva essere morto lo dissero in schiavone; si concertarono a bassa voce. Uno si allontan e torn dopo un poco, con una corda, ne leg un capo al collo di Gentile con l'altro cinse una grossa pietra. Uno dei due sollev il corpo inanimato, l'altro il sasso e s'avviarono cauti verso il fiume. Si fermarono, scrutarono l'ombra rapidamente poi s'incitarono con due strascicate incomprensibili parole e lanciarono il corpo e il sasso nel vuoto. Fuggirono carponi su per la ripa: s'udirono i cani gridare ancora un attimo e poi il silenzio freddo richiuse le sue fila sulla terra.
Il corpo aveva rotolato trascinato dalla pietra; la "Sciata Marubba" l'attendeva nella sua bieca immobilit: ma qualcosa devi il sasso, un'asperit del terreno, forse un altro sasso. La pietra trascin il corpo ancora un po' stancamente poi la corda s'impigli in un arbusto e la pietra s'adagi pigramente al suolo.
Quando arriv la luna il chiarore la fece antica.
Gentile giacque con la faccia contro la terra semplice e raccolto, con le braccine lungo il corpo un po' rattratte come volesse mettersi le mani in tasca per il freddo.
...
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FINE.
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Dieci settimane.
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Giocavamo alla calabrese io, mio zio e Luca; mio zio "faceva sola" e tastava le carte con le dita magre a una a una ripartendole in mucchio secondo il colore. I grandi occhi ciechi erravano nel vuoto e si muovevano secondo l'emozione interna: trasalivano accompagnando la tensione dei muscoli facciali verso l'alto.
Quando la carta che tastava era buona stringeva le labbra e sorrideva con un sorriso furbesco e puerile: poi aggrottava le sopracciglia preso da un dubbio improvviso e si concentrava scurissimo: le pinne del naso sottile come il dorso d'un coltello s'incollavano al setto. Poi si rischiarava: la carta era buona.
Riprendeva l'esame pi rapidamente; una cartina, due cartine, tre cartine. La terza la sbatteva sul tavolo bestemmiando. Sospendeva, si aggiustava sulla seggiola si tormentava il naso, come volesse farlo pi aguzzo.
Luca lo guardava con gli occhietti grigi, socchiusi. La bocca stretta meditava; le due rughe profonde delle guance gli inchiodavano gli angoli sprezzanti.
Di tanto in tanto guardava la mia sigaretta per vedere se era giunta alla met giusta pi la cicca: mi accorsi che incominciava ad essere malcontento.
Tirai un'ultima boccata e glie la tesi. Luca l'infil nel bocchino che incastr tra i denti. Mio zio continuava ad esaminare le carte. Le sbatteva con rabbia crescente. Luca mi guardava con la sua solita aria di beffa pietrificata invitandomi stancamente a considerare lo spettacolo.
Mio zio riesamin ancora le carte furiosamente, poi picchi di taglio i pacchetti, si torment ancora il naso, aggrottando le ciglia; gli occhi di vetro bigio avevano un luccicore inquieto. Prima sbuff, poi incominci a bestemmiare a secco tra i denti:
Non c' la sola, servo di Dio, eppure c'era; nel monte ho trovato quattro cartine...
Noi muti. So un Cristo cosa combinate; ma quando giuoco con voi al monte non c' mai niente...
Luca mi chiese le carte e incominci a mischiarle blandamente sicuro ormai che la partita non sarebbe continuata.
Il cieco fece finta di esaminare ancora le carte, ma sul viso gli si leggeva chiaramente il proposito di cercare un cavillo come faceva sempre, e l'ipocrisia di volerlo nascondere.
Niente, niente, non vi contentate di guardarlo il monte, perch questo lo fate sempre, ed io me ne accorgo: ho pazienza, approfittate che sono un santo, ma quando "faccio sola" vi fregate le carte buone, ed io devo perdere per forza.
Si arrest un momento, poi imbarazzato dal nostro silenzio atteggi il viso al sagrifizio. Disse a Luca:
Conta quanto c' nel piatto.
Luca cont senza voglia, persuaso dell'inutilit dell'operazione e disse gelidamente:
Per raddoppiare ci vogliono sette e ottanta.
Qui lo zio s'infuri: Raddoppiare? Chi vi dice che raddoppier?
Allora giocate.
Non gioco e non raddoppio.
Ragazzate, sibil Luca.
Lo zio raccolse a furia le carte che aveva davanti, ce le lanci in faccia e s'alz di scatto.
Era paonazzo, la rabbia gli serrava la gola; poi sbott: Farabutti! mi derubate. Approfittate della disgrazia. Farabutti!
Poi, preso da un'idea subitanea, torn indietro cercando il tavolo con le mani protese e la testa rovesciata indietro: sbatt un fianco e bestemmi, ma le lunghe mani riuscirono ad afferrare il piatto con i soldi: lo vuot nel palmo e si cacci tutto in tasca.
Ed ora ve ne potete andare, le parti le faremo un altro giorno. Luca annunzi: Gi fatte, ricontate: devono essere due e sessanta.
Gi fatte eh! gi fatte, ed io non mi ero accorto di nulla: vedete, mi si pu far tutto sotto agli occhi; cos mi derubate tutti i giorni una, due lire; a me povero cieco!
La rabbia montava di nuovo e la voce diventava piagnucolosa. Tu permetti padreterno; quello se avesse giustizia dovrebbe cavarli a voi gli occhi. Fuori di qui e non vi fate pi vedere...
Io e Luca ci adagiammo meglio sul divano ed io dissi: Quand' cos buona notte.
Afferrai una seggiola e spinsi la porta che era vicina facendola sbattere. Volevo fargli credere che eravamo andati via. Il cieco passeggi qualche istante avanti e indietro per la lunga sala poi and al piano l'apr e incominci a suonare: "La stella confidente".
Di fuori, infradiciava tra la nebbia bassa un lurido tramonto di novembre. Dopo l'orto melmoso s'intravedeva appena il gruppo di case sottostante.
Il cieco via via s'era calmato era ritornato pallido e tetro e la sonata gli veniva bene. Le note sentimentali a lui che non vedeva il piombo fuso dell'aria erano ragione di calma; a me che incominciavo ad aver freddo e non potevo immaginare la luna, la suonata faceva rabbia.
Luca aveva pescato ancora una cicca e approfittando del suono l'aveva accesa e se la godeva.
Io a un tratto non potendone pi andai ad accendere la luce: mio zio s'alz dal piano e si diresse verso l'angolo dove eravamo noi e disse: Io riprendo la partita ma patti chiari, il monte me lo ficco in tasca io.
Va bene, disse Luca, ma senza tastare i segni.
Va bene, senza tastare.
Ci rimettemmo a giocare; chiusi la finestra e mi sprofondai nelle carte per non guardare la battaglia di Sebastopoli che avevo di fronte, e il ritratto di mia nonna morta a trent'anni nel 1881 e che aveva quegli stessi occhi a palla del figlio.
Nell'altra stanza i topi rosicchiavano pazientemente gli in-folio delle traduzioni latine di Averro e Avicenna.
A tratti veniva dalla scala lo sfrigolio dell'olio di una padella. Poi udimmo un passo leggero che montava ed entr il fattorino postale; si rivolse a me e mi consegn un telegramma. L'aprii e lessi: "Sessanta mensili, venga portando materasso".
Il postino attendeva: gli diedi una lira togliendola dal piatto e non raccolsi la sua intenzione di chiacchierare.
Mbe? fece Luca.
Ho avuto un posto.
Quello?
Gi.
Mio zio taceva pensieroso: poi credette opportuno commuoversi:
E cos te ne vai, rimarremo soli e rimpiangeremo la tua compagnia, penso a tua madre, poveretta, penso a tua madre, il destino delle madri...
Per il momento non gli riusc di piangere, e io e Luca ce ne andammo.
Fuori trovammo il buio e l'acquetta di novembre che aveva impastato la polvere e il letame della strada: ci lasciammo dietro il palazzotto decrepito e pretenzioso dello zio e ci avviammo alle nostre case che erano all'altro capo del paese tra la chiesa e i ruderi del seminario. Intorno le catapecchie dei contadini che erano raccolti presso il camino a trangugiare fumo, acquato e peperone rosso.
A casa trovai mio padre seduto accanto al fuoco; mi guard appena; io mi sedetti e dissi: Domani me ne vado.
Buon viaggio! Evidentemente mio padre non mi credeva. Allora piano piano, vedendo che mi guardava, estrassi dalla tasca il telegramma e lessi: "Vitto, alloggio, duecento mensili; l'attendiamo gioved..."
Allora  vero, duecento lire a te? il mondo s' rincitrullito. E come hai fatto ad avere questo posto?
Facilmente: ho visto su un giornale la richiesta, ho scritto eh, eh, semplice no?
M'incominciai a dare delle arie e non dissi nessuna delle cattiverie che dicevo sempre quando annunziavo una partenza che non poteva avvenire. Ora che me ne andavo veramente mi sentivo molto buono e incominciai a fischiettare. Chiesi del tabacco a mio padre e arrotolai una sigaretta.
Mandavo il pennacchio del fumo su per la canna del camino e sentivo il rumore dolce del vento che s'ingolfava dal tetto nel vuoto, ma tornava indietro brontolando bonario per rispettare il nostro tepore.
Mio padre vedendo che ero calmo azzard: E dove vai, e cosa vai a fare?
Vado a M. I. a fare il segretario del collegio maschile.
Bel posto, ma devono avertelo dato per sbaglio. In ogni modo, aggiunse pensoso, cinquanta lire per te che mangi e bevi a ufo devono essere sufficienti, centocinquanta puoi mandarle a me... Io alla tua et...
Non dire bugie, tu a diciotto anni non guadagnavi un soldo.
Io certo, ne guadagnavo pochi, perch, si capisce, allora c'erano pochi soldi in giro, ma adesso ce ne son tanti. Tempi ricchi, riflett, beati voi...
Io pensai allora di ricoprirlo di oro e dissi: Duecento per cominciare, ma poi ci sono le lezioni a dieci lire l'ora; se ne fanno anche cinque in un giorno...
Mio padre calcolava; allora gli chiesi cinque lire e lui distratto me le diede.
Dopo cena mia madre and a prendere la cassa verde che mio padre aveva riportata dall'America nel '902 e ne prov la serratura. Andava: incominci subito a empirla della mia roba e dei miei libri e piangeva silenziosamente.
Quando tutti furono a letto io andai al balcone della mia camera, mi misi le dita in bocca e fischiai a Luca.
Udii nel buio umido aprirsi una finestra e il fischio mi rispose. Ci mettemmo a giocare alla zecchinetta; alle due avevo perduto tutto e proposi di seguitare offrendo la lima delle unghie valutata a mezza lira.
Luca mi disse che lui le unghie le portava corte e che a credito non poteva giocare perch io partivo. Tentammo di attizzare il fuoco perch faceva freddo ma non ci riuscimmo; nel cofano non c'era pi legna.
Via via che ci raffreddavamo il nostro coraggio diminuiva. Luca era diventato triste e incominci a dirmi che M. I. non era una vera citt e che lui invece, presto, avrebbe avuti i soldi per iscriversi all'Universit. Sarebbe partito dopo Natale.
Io gli risposi che per iscriversi poteva darsi, ma per mantenersi in citt i soldi non li avrebbe avuti. Ci pensasse bene; chi poteva darglieli? Lui ammise che avevo ragione ma che ero un mascalzone perch avevo piacere di lasciarlo l; lui, in ogni modo, se ne fregava di me e del mio ridicolo posto. Non avrebbe studiato medicina. Sei anni, immagini, sei anni con questa porca miseria per tornare poi a curare le ernie a questi luridi cafoni? Lui partiva per l'Australia o per la Cina e mi lasciava volentieri ai miei mocciosi.
Per qualche minuto tacemmo, guardando la cenere in cui morivano le ultime scintille. Poi io, non sapendo resistere alla tentazione, incominciai a recitare dei versi.
Luca forse non mi ascoltava; io m'impappinai confondendo le parole e tacqui.
Questa roba l'hai scritta tu? mi chiese senza voltarsi.
Sono di Tennyson, l'ho tradotti dall'inglese.
Mi disse allora lentamente: O tu non sai l'inglese o Tennyson  un cretino. Poi del resto che tu li abbia tradotti non ci credo, un accidenti: questi li hai scritti proprio tu e sono pi brutti di quelli dell'altra volta e tu ti ostini. Bisogna crescere bambino mio e smetterla con queste stupidaggini. Approfitt della sua stizza e trov l'energia per alzarsi. Cav di tasca l'ultima sigaretta, la divise a met e me la offr; poi s'allontan rapidamente.
Me ne andai a letto anch'io. Le lenzuola erano umide e fredde e per le fessure delle finestre e dal caminetto entrava il vento notturno; mi rannicchiai ma non riuscivo a riscaldarmi. Sul soffitto di tavole sconnesse i topi inquieti dovevano avere quella sera l'elezione del presidente perch si sentivano stridere, correre, raggrupparsi, dividersi.
Li sopportai per qualche minuto, poi, come al solito, afferrai una delle scarpe e la lanciai con violenza contro il soffitto.
Si determin un panico con strida e rincorse, e cadde dalle connessure molto calcinaccio sulla mia bocca e sugli occhi; la bocca me la pulii col rovescio della mano, ma gli occhi ebbi paura di strusciarli; attesi che l'umore lagrimale sciogliesse la polvere.
Partii dopo due giorni verso le otto con uno dei muli di Michele Spinillo. Il vetturale aveva issato la cassetta verde da un lato del basto e dall'altro per contrappeso aveva messo un grosso sasso; io in mezzo vestito di nero, bombetta ed ombrello.
Mio padre che mi aveva dato i soldi pel treno aveva deciso di farmi raggiungere la stazione a cavallo: Eviti il giro di C. L. risparmi soldi e tempo: guadate ad Olivoli e in quattro ore siete a Larino.
Issato sul mulo con le corde del basto che mi segavano le cosce, mi reggevo a fatica con una mano sulla pietra che mi feriva il palmo, l'altra sulla cassa.
Il mulo scendeva cautamente verso il fiume perch il sentiero era sdrucciolevole. La mattina era lattiginosa e triste. Un sole esitante illuminava i campi che vaporavano; s'udiva lo scrosciare dei rivoli tra le porche lavorate.
Sotto gli olivi le donne inginocchiate nel fango raccoglievano le rade bacche dimenticate e le nettavano ad una ad una sul grembiule che diveniva via via una crosta grigiastra. Guadammo ad Olivoli; Michele Spinillo mont in groppa del mulo che entr nell'acqua con la sicurezza fatale che hanno le bestie.
Diguazz per qualche metro: arrivato al centro del fiume inciamp e cadde; l'acqua mi mont fino alle ginocchia. Spinillo scese; con un balzo afferr l'animale per le redini e gli diede uno strattone feroce.
Il mulo si alz con un gemito: nella scrollata rischiai di finire nell'acqua ma mi cadde solo la bombetta che si mise a navigare sulla corrente con discreta seriet.
Il contadino era molle fino al petto; io ero bagnato fino alle ginocchia e impillaccherato fino al collo dagli schizzi di acqua melmosa.
Proposi a Spinillo di sostare in una masseria per asciugarci; ma mi disse, con un sorriso ironico per la mia delicatezza, che fermandoci avremmo perduto il treno e che il sole che sarebbe montato pi alto, e sarebbe divenuto pi caldo ci avrebbe asciugati.
Di qui Spinillo incominci a chiacchierare. Lo conoscevo poco e mi meravigliai di scoprirgli un'andatura vanitosa.
Incominci a vantarsi; mi disse che era forte che era intelligente che aveva comprati in vita sua quindici muli, che quello che io cavalcavo era un treno, che lui aveva accompagnato venticinque anni prima come accompagnava me l'ispettore forestale che gli aveva parlato in latino per tutto il percorso ed era un signore umile bench importante e che forse, lasci intendere, io dovevo essere molto fesso perch non parlavo del tutto.
Lui, lui era ignorante, perch nessuno gli aveva dato dei libri ma la testa ce l'aveva, nessuno era riuscito mai a fregarlo: lavorava la terra, ma le mani callose, che c'?, dnno da mangiare a tutti e il contadino  il figlio di Dio e tutti gli altri sono figli del diavolo, ma in paradiso ci vanno i fessi e lui era furbo e ai preti non ci credeva, credeva solo a sant'Antonio che fa tredici miracoli al giorno e protegge i porci; e le salsicce son buone! ah ah!
I galantuomini non vanno in chiesa perch credono che il padreterno ha riguardo per loro e invece che ? Dio li punisce, sono tutti alla fame.
Senza la grazia di Dio non si fa nulla: tuo nonno era ricco; vedi queste terre? sarebbero tue ma il governo le ha espropriate, roba del diavolo mio caro, appartenevano a un convento...
Tuo nonno aveva una superbia! faceva inginocchiare i contadini all'uscio; adesso tutti eguali, il governo dice: chi non lavora non mangia...
Gli dissi: Vorrei scendere.
Ferm il mulo, pieg rispettosamente il ginocchio per farmi da sgabello e mi sostenne alla vita.
Avevo le gambe stroncate; per qualche tempo camminai rattrappito e sbilenco. Il sole era salito sull'orizzonte e veniva asciugando la fanghiglia che, divenuta pi dura e saponosa, mi faceva scivolare a ogni passo.
Sudavo e avevo freddo; il vestito nero mi si empiva di schizzi grigi fino alle spalle.
Arrivati al piano le gambe mi si sciolsero. Riequilibrammo il carico del mulo con un'altra pietra e proseguimmo: dopo un po' mi venne fatto di osservare l'andatura di Spinillo che riusciva ad essere ritmica nonostante gli ostacoli del sentiero: piegava leggermente le gambe in fuori e s'inchinava alla terra col capo ad ogni passo.
Mi ci provai anch'io ma senza riuscirci.
In treno mi pulii alla meglio, mi ravviai e mi misi a fumare. Guardai se c'erano ragazze possibili, ma non mi parve; non c'erano che contadine che si tenevano sulle ginocchia i fagotti e parlavano dei fatti loro con la solita seriet accanita: qualcuna strappava con furtivo gesto dal ventre del proprio fagotto un pezzo di pane e se lo metteva in bocca: mi volsi a guardare un altro gruppo pi allegro; si bisbigliavano qualcosa all'orecchio, si davano gran gomitate nei fianchi, e ridevano soffocando il riso entro le mani.
L'oggetto della loro curiosit era una donna grossa e sfatta, tinta e in ghingheri che mostrava forse troppo della giuncata del suo seno; ma senza malizia. Doveva essere molto miope o se ne infischiava totalmente del mondo perch rimaneva immobile e assente, con lo sguardo opaco fisso in qualcosa che vedeva solo lei.
L'operaio che avevo di fronte mi tocc un ginocchio e mi disse. Vedete come ridono quelle beche?
Di chi ridono? chiesi.
Ma, di quella laggi; eppure quella appartiene al solo genere di donne oneste che esiste al mondo. Si aggiust la cravatta e si arricci i baffi.
Io che avevo letto la frase in un libro gli domandai se lo aveva letto anche lui. Mi disse di no, che lo aveva pensato da s: nei libri non c' scritto che quello che passa per la testa di chi li scrive: e siccome in testa non ci hanno nulla, copiano dagli altri.
Per questo, dopo aver letto tutti i libri, era diventato anarchico: ora per ragioni di principio viaggiava senza biglietto. Scendeva alla prossima stazione ma per darla a bere al capo stazione che era suo nemico, aveva bisogno di una valigia, per l'apparenza si capisce; gli prestassi la mia e lui all'uscita l'avrebbe consegnata a un ferroviere suo amico che me l'avrebbe riportata in treno.
Gli dissi che avendo spedito tutti i miei bauli non avevo una valigia e mi misi a spiegargli che non condividevo in nessun modo le sue idee; citando Hegel aggiunsi che l'ordine sociale richiedeva la partecipazione dell'individuo.
Mi disse che se non avevo una valigia gli dessi almeno dieci lire per fare un biglietto fino a Termoli e cos si sarebbe messo in regola per far piacere a me, e che, viaggiando due ore insieme, avremmo avuto l'opportunit di diventare amici. Io non avevo dieci lire da dargli. Allora s'arrabbi e mi disse che il mondo era in disordine perch io con quella razza di miseria avevo idee da milionario.
Coerenza, coerenza, mi disse mentre sgusciava guardingo per il corridoio.
Io rimasi assorto per qualche minuto guardando il posto lasciato vuoto dal mio interlocutore, ma poi mi accorsi che avevamo raggiunto il mare. Un mare novembrino tremulo ed azzurro limitato da una lista di nuvole buie non lontane.
Ma le acque ridevano nel fulgore provvisorio del sole e le case lungo la riva ritrovavano gli aliti umani delle persone assenti: era una piccola festa delle cose, timida e incerta che mi fece contento; io incominciai a pensare ad alcune mie speranze che mi facevano tremare il cuore perch mi annunziavano sempre disgrazie.
Arrivai stanchissimo: la stazione era sul mare e M. I. sulla collina. La vettura costava tre lire e io non le avevo: ero salito a piedi.
Prima di presentarmi al collegio mi feci spazzolare da un parrucchiere, e poi mi feci indicare la strada.
Sonai all'uscio e mi venne ad aprire una ragazza di forse quindici anni magra segaligna, che mi prese per uno studente; quando le annunziai che io era il nuovo istitutore, sorrise agramente per farmi capire che a lei non piacevo, che mi trovava punto adatto per il mestiere.
Ma m'introdusse per un corridoio sudicio mobiliato con mobili scuri e di l in un'anticamera ingombra di grandi tavoli e di seggiole; a destra doveva esserci una cucina perch s'udiva l'acciottolio delle stoviglie e la voce di un uomo e una donna che mentre rigovernavano discutevano animatamente.
Per quello che avevo visto, il collegio situato al primo piano di un grande palazzo aveva l'aria di essere stato messo su con mezzi di fortuna senza ordine prestabilito; doveva essere formato da quattro o cinque appartamenti privati messi in comunicazione tra loro: atmosfera non afferrabile a prima vista.
Il mio atteggiamento pensato in anticipo per un collegio mi parve inadatto; per questo divenni inquieto. Sapevo che non avevo che pochi minuti per capire.
In questo momento usc da una porta laterale un bambino di forse cinque anni il quale mi guard per un attimo perplesso poi mi si avvicin per chiedermi chi ero.
Glie lo dissi e gli sorrisi. Ma lui che era pallido, zazzeruto e serissimo mi ordin perentorio: Allora dammi due soldi. Glie li diedi e tentai di fargli una carezza.
Ma il bimbo si sottrasse alle mie effusioni e tirandomi per la giacca aggiunse minaccioso: E non lo dire a nessuno.
Sentii un passo dietro le mie spalle e il ragazzo fugg: il passo si avvicin lento, strascicante e mi sentii mettere le mani sulle spalle; mi volsi e vidi una vecchia semicieca che mi aveva toccato mentre annaspava nella penombra: per tentare di riconoscermi mi piant il viso a due dita dal mio ed io sentii il suo alito antico sulla mia bocca.
Non ti conosco: devi parlare con lui? sei il nuovo istitutore? Dammi una mano, accompagnami in cucina.
Poi mi appoggi la bocca all'orecchio e mi sibil: Qui mi fanno morire di fame. Stai attento a lui:  un ladro, a me ha rubato tutto.
Sopravvenne Angiolina che disse irosa: Sempre alle solite vi avevo detto di non uscire...
La vecchia aveva paura e si scus dicendo che cercava Egidio, solo per questo; voleva cercare Egidio e non andasse a raccontare che lei usciva, a lui...
Lui mi attendeva seduto al suo tavolo di lavoro: mi preg con un cenno di sedermi e di scusarlo.
Scriveva infatti ma mi sogguardava di tanto in tanto con un luccicore ironico filtrato dalle lenti a stringinaso appuntate un po' basse. Era pallido e bruno, di spalle strette, vestito di nero; il viso era regolare, morbido e untuoso.
Mentre scriveva, aveva piccoli movimenti leziosi e precisi di una sinuosit femminile. Smise di scrivere e cerc sul tavolino accanto allo scrittoio una boccetta di colonia o di alcool; bagn un batuffolo di ovatta e incominci a strofinarselo sul viso con la manina affusolata e gentile.
Mentre parlava mi accorsi che aveva di tanto in tanto un sussulto nervoso che gli contraeva l'occhio sinistro e la guancia.
Il rictus lo eccitava per qualche istante e parlava pi velocemente con una petulanza irritante e donnesca.
Poi si calmava e mi piantava in viso i suoi occhi ironici scandendo le parole e dandosi un'aria distante e sorniona come se la mia presenza un po' lo infastidisse...
Io balbettavo qualche parola ma le mie parole non lo interessavano punto. Mi chiese che cosa sapevo fare, dove avevo studiato e affett un grande disprezzo per l'istituto dal quale provenivo.
Lui aveva studiato qua e l in Europa e molto alla Sorbona. Sorbonne, tradusse e arrotol l'erre; poi estrasse una sigaretta da un astuccio che aveva davanti e l'accese.
La sigaretta era orribilmente profumata e il profumo risvegli gli odori pesanti della stanza; il sole al tramonto accese la carta, i tappeti troppo vivi e contribu a creare per qualche attimo un'atmosfera equivoca.
Non so perch ma il rettore incominci a parlare di donne e credette opportuno di darmi dei consigli: io avevo i crampi allo stomaco per la stanchezza e la fame e avevo le mascelle serrate.
Quest'improvvisa aria d'intimit mi ridiede per un attimo il sopravvento e gli occhi inquieti mi si rifecero duri; allora il rettore ebbe dei sussulti nervosi pi frequenti e incominci a parlarmi con dolcezza; divenne finanche rispettoso, mi chiam professore e m'invit a seguirlo.
Quando si alz mi accorsi che era piccolo e di fianchi troppo larghi; camminava davanti a me con la spalla sinistra protesa tormentandosi un baffo con le dita.
Aveva un'andatura ineguale ed esitante: energica e floscia di volta in volta.
Apr una stanza vastissima piena di ragazzi dai dieci ai diciotto anni; forse una ottantina, divisi in tre gruppi.
I tavoli erano di legno naturale e le panche dipinte in verde. I ragazzi vestivano nelle maniere pi disparate: erano disordinati, lindi, accurati, secondo l'et e l'umore; ma, in comune, avevano un'aria di pigrizia dispettosa e sgraziata.
Vedendoci si alzarono in piedi e stettero in silenzio per qualche attimo; il rettore disse rivolto a me: Lei prende la prima squadra, questa.
Dal fondo si ud un bercio che ruppe il silenzio.
Il rettore grid verso il fondo: Conosco il mascalzone, so chi ... ben identificato, dico ben identificato...
Gli risposero due berci e una risata soffocata di un gruppo sempre nel fondo.
Allora da un tavolo a destra si stacc un uomo con la barba, pallido e serio. Avanz flemmatico, stacc di peso dal tavolo un ragazzo, lo mise in piedi al centro e gli lasci andare due ceffoni sonori, poi senza parlare si avvicin a noi e mi strinse la mano: Ajello.
Il rettore gli sorrise e aggiunse: l'istitutore capo.
Andai a sedermi e guardai il mio gruppo. Di fronte avevo Ajello che era ripiombato nella sua immobilit; lo sguardo lento e opaco strisciava sulle teste chine con una ostilit risoluta.
Poi si rimetteva in posizione diritta e si guardava attentamente le mani come si fosse proposto di contarne i pori. I miei ragazzi fingendo di studiare mi guardavano di sottecchi; alcuni, con una improntitudine fredda, altri, con una esitazione dolce ed umile da agnelli.
Io osservavo di tanto in tanto Ajello il quale usciva dalla sua immobilit di bonzo per prendere qualche appunto.
Mi parve che alcuni del suo reparto seguissero con una certa trepidazione il moto del lapis. Mi parve di capire che si trattava di un procedimento misterioso per mantenere la disciplina: allora sollevai la cartella afferrai un pezzo di carta e mi preparai a scrivere.
Sotto le fronti chine gli sguardi balenavano; uno che mi stava accanto tentava di estrarre dalla tasca della giacca un pezzo di elastico per dar noia al compagno vicino; me ne accorsi per caso; ma la scoperta mi rallegr perch potevo dare una prova di perspicacia.
Cercai un tono fermo e indifferente e gli dissi con voce tremante
Come vi chiamate, voi?
Chi? io?
Voi.
Proprio io? Mi piant in viso due occhi irosi dopo aver chiesto ai compagni la constatazione dell'ingiustificato interrogatorio. Poi si morse le labbra e disse in un soffio: Pietroniro.
Va bene sedetevi, e scrissi il nome senza sapere che cosa precisamente ne avrei fatto.
Nel fondo della tavola si determin una vaga agitazione, qualche sbuffo di riso soffocato scoppiava di tanto in tanto unito ad un bisbiglio sommesso fatto a testa diritta.
Mi accorsi finalmente che alcuni ragazzi tentavano di svegliare un loro compagno che dormiva. Ci riuscirono e uno gli mormor qualcosa in un orecchio.
Quello si alz in piedi imbambolato, con gli occhi socchiusi per difendersi dalla luce, e disse con la voce ancora impastata di sonno:
Pietroniro sono io.
Cos' questa storia? urlai. Pietroniro siete voi, e l'altro perch dice il vostro nome? Una risata questa volta aperta, rumorosa accolse le mie parole.
Ridevano guardandosi negli occhi e eccitandosi con una sorta di frenesia. Tentai di picchiare un pugno sul tavolo ma rimasi sorpreso dall'improvviso silenzio che era sopravvenuto. Ajello s'era mosso dal suo posto e s'approssimava con la sua faccia tetra e ostinata verso il mio gruppo.
Le teste si chinarono di nuovo sui libri.
Io rimasi a guardare fisso davanti a me.
Uno che mi era seduto accanto e che io non avevo notato prima, mi tir per la manica e mi mormor in un orecchio: Pietroniro ha venduto la cena per due lire a Camilli, per questo Camilli ha detto il suo nome.
Lo guardai: era un ragazzo biondissimo di forse undici anni con due occhi schivi e teneri. Gli chiesi come si chiamasse: Mastrigli signore, Mastrigli Claudio.
Ripetei meccanicamente: Claudio. S Claudio, disse esitante e arross. Il sangue gl'imporpor il viso e diede alla sua pelle un improvviso sapore di frutto.
Due occhi dal fondo mi guardavano insolenti e crudeli, poi non so come avvenne ma molti occhi entrarono in convergenza con quelli, ed ebbi forse venti sguardi che mi frugavano il viso. Cercai di sostenerli, di dare ai miei occhi quella lentezza pesante e cattiva di Ajello ma sentii che mi tremava il collo e che le teste si sovrapponevano.
Ajello mi aveva accompagnato in camerata per darmi le consegne. I ragazzi si distribuirono nelle quattro camere, due a destra due a sinistra, tutte comunicanti con la mia.
Sar bene che lei lasci la porta aperta, mi disse con uno sguardo che escludeva altre spiegazioni.
Porta aperta gi, aggiunse. Io avevo questa abitudine. Nelle camere non si sentiva che il rumore sommesso delle coperte rimosse e il tonfo discreto delle scarpe sui tappetini.
La sua camera non  brutta, disse abbracciando con uno sguardo la stanza; il balcone dava sul mare. And ad aprirlo ed entr il vento freddo della notte.
Freddo schifoso, e sbatt le imposte. Si accost al tavolino l'apri, rovist in un cassetto e si mise in tasca una pistola automatica e un pacco di lettere.
Poi si sed sul letto e mi offr una sigaretta.
Fumando mi disse di s e della sua vita. Era un ufficiale d'aviazione in congedo aveva venticinque anni, aveva bombardato il ponte di Latisana, aveva avuto tre volte la blenorragia, disprezzava le donne, sarebbe andato in America, aveva portato la barba tagliata diversamente e se ne fregava di tutti.
Mi fece vedere una fotografia con quella barba, fum un'altra sigaretta tacendo. Poi mi strinse la mano da spezzarmela e se ne and.
Io mi preparai a mettermi a letto: avevo perduto la chiave della cassetta ma riuscii ad aprirla lo stesso perch era una cattiva cassetta. Incominciai lentamente a tirare fuori le mie cose.
Mi giungeva intanto dalle stanze, dapprima un parlottare sommesso, poi un seguito di berci e di risa: poi silenzio come di chi attenda qualcosa, poi ancora risa e berci. Il baccano mont d'intensit, divenne infernale: ognuno portava nel coro il suo estro improvviso.
Andare a destra o a sinistra: urlare, tacere?
Che voce ci vorrebbe per farsi sentire!
Mi parve che a provarla la mia voce non avrebbe avuto suono. E poi ero stanco: mi accorsi che non sarei potuto pi rimanere in piedi.
Andai a chiudere come un automa le due porte di comunicazione e la fretta diede del rabbioso allo sbattere degli usci.
Mi stesi sul letto e il baccano mi giunse attutito, mi parve che movimenti pi circospetti e rapidi avvenissero nelle stanze, poi vidi scomparire la luce e infine fu il silenzio.
Per un po' la sensazione d'esser solo mi fece quasi paura poi mi piacque: stavo per spogliarmi quando mi sorse all'improvviso il desiderio di aprire il balcone.
Era comparsa la luna tra le nuvole tetre e illuminava un tratto liscio di mare. Mare, io li so i tuoi palpiti mare, io li so gli ondeggi tuoi lenti, sotto i baci nelle notti chiare. Verranno le notti chiare, tiepide, verranno, ci sar...
Dormendo, sognai di annegare.
A tavola un giorno riascoltai il dialogo della prima notte: Michele viene armato, viene armato di due pistole...
Riconobbi la voce: era Brunetti. Ed era il primo a ridere della spiritosaggine: rideva e l'occhio sinistro gli si chiudeva, l'altro dilatato e lucido si fissava vitreo nell'orbita che aveva scura e profonda.
Il viso era lungo e terreo; altissimo, mani lunghe grandi. Se la sua gioia aumentava batteva i pugni chiusi sul tavolo per dimostrare che ridere cos era tanto bello che gli faceva male.
Mastrigli candido e sorridente mi chiedeva col suo sguardo velato s'era giusto essere cos allegri.
Mi disse: Lo sa? ha diciassette anni e fa la prima tecnica.
Lo sapevo, ormai li conoscevo per nome tutti. Sentendoli ora parlare alla luce del giorno talvolta calmi e tranquilli le loro voci si fondevano col baccano notturno che m'era rimasto negli orecchi.
Dopo una settimana, m'ero abituato alla vita del collegio: se dapprima m'era parso curioso di non trovare l'atmosfera che avevo immaginato, ora mi sarebbe parso assurdo che potesse averne un'altra.
Mi accorsi che tutto era in perfetto ordine; m'era parso all'inizio che le norme che regolavano la vita in quelle ottanta persone fossero provvisorie, inventate secondo l'occasione ma m'ingannavo; i casi che si verificavano erano sempre i soliti e i provvedimenti sempre gli stessi. Una sorta di confusione stabile piena di armonia e di dignit.
Il rettore faceva rare apparizioni, viveva nel suo studio, vi mangiava, dormiva e dava lunghe lezioni di francese a una ragazza che arrivava verso le cinque nei giorni dispari.
Costui aveva una moglie che viveva in cucina ed era grossa e unta, riservando tutta la civetteria alla testa che aveva ancora bella e ben pettinata. Aveva forse cinque figliuoli forse sei, tutti pallidi scaruffati mocciosi che si chiamavano tutti con un nome che cominciava per E. Ermanno, Ernesto, Ettore ecc. erano sempre tra i piedi a chiedere soldi e a barattare oggetti, vettovaglie rubate a casa o in cucina; c'era anche una figlia che studiava all'Universit in una citt vicina e compariva di tanto in tanto. Anche lei pallida e viziosa ma con occhi lunghi e un bel corpo elastico.
Sdegnosa e muta attraversava talvolta il corridoio della nostra sala senza guardarci, ma tutti i ragazzi sapevano quando sarebbe passata e la seguivano con lo sguardo appannato muto, fin quando non scompariva.
Nessuno sapeva dove dormisse, correva voce tra gli studenti che fosse possibile vederla nuda dalla camerata del palazzo di fronte, ma nessuno sapeva precisamente come. Erano discorsi che facevano la sera quando li accompagnavamo per la passeggiata.
Uscivamo tutt'insieme, e c'era Ajello e Pace l'altro istitutore. Allora io ero tranquillo: facevo una delega tacita di potere e camminavo solo con i miei pensieri.
Dico pensieri ma non pensavo precisamente a nulla. Allora, salvo il compito di assistere al pasto dei ragazzi e al loro passeggio, non avevo altri doveri: quando ero libero anche da questo mi abbandonavo alla mia pigra abitudine. Forse avrei potuto procurarmi dei libri, ma non sapevo dove cercarli; quelli che avevo con me li avevo letti: male, ma letti. Li avevo portati col proposito di rileggerli ma non ne facevo nulla.
Il mio tempo lo passavo a dormire e a fantasticare su progetti di ricchezza; non so perch allora ero certo che sarei diventato molto ricco; naturalmente senza lavorare. L'idea di arricchire guadagnando anche diecimila lire al giorno mi affaticava.
Da casa ricevevo rare lettere, ma non rispondevo a nessuno.
La pigrizia, come accade, mi dava un'aria distaccata e indifferente: ai sussulti impotenti dei primi giorni erano succeduti radi interventi con punizioni e rapporti sempre esorbitanti che nessuno eseguiva.
Ma ormai c'era fra noi come una tacita intesa; mi avevano giudicato un imbecille e io lo sapevo.
Ognuno faceva quello che voleva, ed io pure. Cio nulla. Solo la notte talvolta, il confuso chiasso diventava clamore e provocava l'intervento del rettore che, dal cortile, mi chiamava a gran voce, m'invitava ad andar gi e mi cacciava via per la mattina seguente.
Io non me ne andavo, lui dormiva ed attendeva la prossima occasione per licenziarmi ancora; ma la seconda volta che mi licenzi lo fece con poca energia, o per lo meno con molto minore energia di quella che sarebbe occorsa a me per andarmene; io me ne accorsi.
Ero d'accordo anche con lui. E quello fu uno dei periodi pi felici della mia vita.
Ma la notte, la notte ero un po' inquieto; mi pareva che qualcuno uscisse che qualcuno entrasse che avvenissero curiosi movimenti nelle stanze; questo mi dava un'inquietudine spiacevole.
E mi faceva anche rabbia. Perch se non fosse stato per quello io sarei potuto essere totalmente felice. E poi c'era Brunetti: sempre cos allegro e divertito.
Nel silenzio generale a studio, a passeggio lanciava il suo: Michele viene armato, viene armato di due pistole: qualcuno doveva rispondere; una per lui e una...
Ma i compagni s'erano stancati di sentirglielo ripetere e nessuno voleva rispondere; solo Mastrigli che era sempre gentile con tutti vi si prestava e diceva con la sua bocca innocente di bimba la parola scurrile occorrente per completare il motto.
Brunetti ne era felice: la risposta data da Mastrigli lo esilarava fino alla frenesia: lo abbracciava, lo palpava dappertutto. Il ragazzo volgeva intorno i suoi occhi imploranti e mansueti su di me che fingevo di non vedere.
Una notte penetr nella mia stanza carponi, lo vidi avanzare: nella penombra una specie di cane bianco che s'avvicinava al mio letto. Tacqui. S'alz e raggiunse il mio capezzale in punta di piedi.
Mi cerc la mano che avevo abbandonata sul lenzuolo e credendomi addormentato me la carezz lievemente. Io sussurrai: Cosa vuole lei Mastrigli, a quest'ora?
Non rispose, ma udii nell'ombra un flottare represso e mi parve che la sua mano tremasse nella mia.
Lei piange? E feci l'atto di voltarmi per accendere.
Il ragazzo si vinse e mi disse con voce sorda ma stranamente ferma:
Per piacere non accenda: si accorgerebbero tutti che io sono da lei.
Sono venuto per avvertirla... e qui la sua voce divenne un soffio; che stanno facendo una congiura contro di lei.
Congiura?
Per ucciderla... Pavese, Sorti, Canale, specialmente Pavese.
L'idea che mi volessero uccidere mi parve curiosa, e per questo mi venne da ridere.
Lei non ci crede?
Ci credo.
E ride?
Mi prendeva la mano e me la stringeva nervosamente incitandomi a difendermi e tentava di raccontarmi con un diluvio di parole smozzicate e confuse il come, il quando quei propositi erano stati pronunziati; mi parve poi che baciandomi la mano me l'inumidisse di lagrime. Non sapevo che fare, forse avrei fatto bene ad accendere la luce. Il ragazzo insistette per impedirmelo.
Allora se ne vada, gli dissi irritato.
Me ne vado, me ne vado, mi scusi, e si butt carponi singhiozzando sordamente nella penombra.
La mattina Pavese e Sorti vennero nella mia camera.
Erano tra i pi grandi: Pavese che doveva avere diciotto anni, aveva sul viso i segni bluastri della barba rasa gi foltissima, le sopracciglia congiunte e i capelli cos abbondanti che gli lasciavano due dita di fronte, le labbra sottili e la mascella quadra; una testa ostinata e selvaggia di una sorda ed evidente stupidit. Sorti era rossastro, pieno di lentiggini, ma aveva l'occhio vivace e scintillante agli angoli esterni come quelli dei rettili.
Parl Sorti:
Questa notte Mastrigli  stato da lei? Bene, l'avevamo visto, sapevamo che faceva la spia.
Mi ha detto che mi volevate uccidere...
Sorti aggiunse:  un cretino; le ha raccontato anche questo. Credevo che le avesse detto solo che la notte i grandi escono...
Ah, uscite?...
Intervenne l'altro. Bestia, ti avevo detto che non lo sapeva?
Sorti guard con disprezzo acrimonioso il compagno e aggiunse dopo una pausa:
Tanto avrebbe finito col dirglielo.
Di fronte all'inattesa rivelazione tentai di arrabbiarmi e ci riuscii.
Ma Sorti aggiunse: Lo abbiamo sempre fatto anche quando c'era Ajello: solo che era pi difficile...
Dissi con tono fermo e freddo: Va bene, ma ora che volete? Prender provvedimenti, gravi provvedimenti...
Sorti non tenne conto dell'aggiunta che del resto era stata fatta fiaccamente e rispose solo alla domanda:
Ecco, lei finora non si  accorto di niente, lei seguita cos e noi in compenso l'aiutiamo: non solo stiamo a posto noi, ma teniamo a posto anche gli altri...
Ah s? dissi caricando la voce di un'ironia diabolica. Ah s? E come?
Lasci fare, disse Sorti e accenn a Pavese che forse perch aveva gonfiato i muscoli del petto, o serrato le mascelle mi parve pi terribile.
In fondo io un vero consenso non lo avevo dato, avevo anzi mostrata la mia estrema ripugnanza per quello che mi proponevano; la mia coscienza intima si ribellava al mercato; ma la sera stessa mi accorsi che il chiasso era diminuito che al tramestio delle altre sere s'era sostituito qualche movimento pi deciso e breve.  vero che m'era parso di udire un gemere accorato dalla parte dov'era Mastrigli, dico m'era parso, ma pu darsi anche che non fosse vero.
Questo la prima volta, perch poi tutto torn nella quiete pi assoluta ed io mi tranquillizzai; anzi, mi pentii di essermi mostrato, sia pure per poco, nemico dell'ordine. Dopo matura riflessione mi accorsi che il mio spirito propendeva per il bene e che quella pace aveva un che di mistico che faceva il mio pensiero sgombro di cure accessorie.
Mi rimisi finanche a leggere: un parallelo tra Schopenhauer e Buddha, mi fece pensare che una filosofia dell'annientamento per ascesi era veramente adatta per il mio spirito.
Mi misi ad attendere anche con pi tranquilla fiducia il momento in cui sarei diventato enormemente ricco. Sorti del quale ero diventato molto amico, m'indic con precisione la finestrina dalla quale era possibile vedere la camera della figlia del rettore: mi precis l'ora migliore per l'osservazione: nove e mezzo dieci. Mi disse anche della mia grande fortuna di potermi dare comodamente a questo piacere in quanto libero in quelle ore, mentre lui era condannato ad andare a scuola di mattina. Solo quando si dava malato riusciva: Bella, non le pare? che occhi, ha visto? lei che ha la possibilit, si faccia sotto...
Ma veramente quando la incontravo, e accadeva raramente, il suo viso pallido e gli occhi freddi e viziosi mi facevano tremare. Io mi dichiaravo deluso dalla realt mentre a quella distanza il suo corpo intravisto appena o pensato pi che visto era immaginazione e per questo irrealt sogno e disprezzo per l'arido vero.
Mi sentivo nobilitato ed anche immalinconito; in quel tempo divenni anche pi pallido e perci pi armonico; trascorrevo ore felici.
Il rettore mi parl un giorno della mia flemma che gli parve ammirevole e mi aument lo stipendio di venticinque lire al mese. Io portai le mie sigarette da quindici a venti. Angiolina che ci serviva a tavola, non mi ammirava alla stessa maniera: doveva essere in cordiali rapporti con Canale e Pavese. Quando qualcuno dei pi piccoli non visto le pizzicava atrocemente le cosce, se per un moto d'istinto si rivolgeva a me, mi dava poi ad intendere con la piega livida della bocca che da me non s'attendeva nulla.
Con la vecchia cieca non avevo avuto pi rapporti; la serie delle "E" faceva finta di non accorgersi di me; e io che li vedevo trafficare tra gli scolari, tra le loro gambe per meglio dire, li consideravo distrattamente animali domestici.
Ajello si guardava sempre le mani durante le ore di studio e poi usciva solo: durante le ore libere aiutava la tabaccaia dell'angolo nel retrobottega.
Il rettore dava lezioni di francese sempre alla stessa ragazza dalle cinque alle otto.
Brunetti per era indomabile: in quella piccola societ della mia camerata che aveva trovato come tutte le societ dominate dalla giustizia e dall'ordine il suo equilibrio, era l'elemento fuori dalla legge.
I "grandi" disposti ad ammetterlo nel loro gruppo per la statura e la forza fisica lo trovavano di carattere troppo puerile e mutevole. I piccoli con i quali pi volentieri giocava, invero con bella spontaneit, lo trovavano fastidioso nelle inevitabili contese perch cercava d'imporre il suo punto di vista con metodi spiacevoli per gli altri. Con me, era di contegno vario, ma molto spesso irriverente: provava sempre molto gusto ai motti e ai dialoghi a due o tre voci: Michele viene armato, viene armato di due pistole, e poi rideva contraendo la sua faccia da uccello malato, con l'occhio sinistro chiuso e il destro fisso e carico di gioia.
Non sapevo se uscisse o no con gli altri la notte, n amavo sincerarmene. Questo per quanto turbasse il mio ordine mentale non mi dava la forza per una constatazione concreta.
Teoricamente per l'ideale di societ che in quel momento venivo elaborando ed in cui io, ricchissimo, avevo scelto il mio posto, Brunetti non mi rientrava nei quadri.
Una sera verso mezzanotte udii, come qualche volta mi capitava, il rumore discreto dello scalpiccio di quelli che rientravano, ma poi anche un riso soffocato e un tentativo di annunzio che "Michele viene armato, viene armato di due pistole..." Poi non udii altro; ma da quella sera, fui sicuro che anch'egli usciva e questo mi procur molta soddisfazione; perch incerto cos tra le due classi, solo non poteva rimanere; questo repugnava ad ogni ragionamento.
Andavamo benissimo cos; lo pensavo una sera che m'era venuta un po' di febbre, un ritorno inoffensivo di malaria.
Questo ai primi di febbraio in un bel pomeriggio nitido, gi tiepido dei sentori della primavera; ero a letto e vedevo attraverso i vetri del balcone il cielo e il mare, nuvole rosa vaganti in alto e il mare liscio verde-azzurro, calmissimo ai miei piedi.
Al gricciore gelido dell'attacco era succeduto nel mio corpo un tepore fermo e uguale che era fonte di un piacere delicato ma apprezzabile: la testa mi si era confusa e la confusione mi permetteva di non avere in mente che le nuvole rosa, l'azzurro del mare e di scivolare col mio letto tiepido tra tanto azzurro freddo.
Al cadere della notte mi addormentai, dormii quattro o cinque ore poi un improvviso sudore mi svegli: la febbre era caduta. Aprii gli occhi nel buio e vidi di fronte sul piano nero del mare il cielo scintillante.
Accesi la luce: sul tavolo accanto al letto c'era la mia cena che dovevano avermi portato mentre dormivo.
Mangiai le uova fredde, tracannai tutto il vino, e mi torn un po' di tepore: feci tutto frettolosamente perch rivolevo il buio per rivedere il cielo stellato.
Accesi una sigaretta e mi misi a guardare nell'ombra il focherello della punta e il cielo.
Fumavo da qualche istante quando udii il solito rumore che montava l'ultima rampa di scale; poi i passi sul pianerottolo, il grimaldello di Pavese nella serratura. Tutto come al solito; fra poco tutto sarebbe tornato nella quiete: ma non so perch quando ebbi l'impressione che tutti erano entrati, non ero persuaso che non fosse rimasto fuori dell'uscio qualche rumore; forse avevano lasciato la porta aperta.
Non so; mancava la conclusione al piccolo episodio consueto. C'era silenzio ma la casa non dormiva, c'era nell'aria non so che inquietudine sospesa. "Forse  la febbre", pensavo; "gli stati morbosi, mi dissi, incidono sui nervi" e i nervi contribuiscono a rendere pi precarie le condizioni organiche generali: sono causa ed effetto, cambiano, si trasmutano l'uno nell'altro, e l'altro nell'uno, due, quattordici si conta sino a quattordici, due volte sette. Stavo per assopirmi.
Aiuto! Il grido entr nella mia stanza senza tener conto delle pareti; aveva percorso uno spazio vuoto.
Balzai dal letto e mi trovai in un attimo sul pianerottolo. Brunetti penzolava nel vuoto senza fondo delle scale con le mani rattrappite sui cordoni della luce elettrica che arrivavano al sostegno di bronzo della lampadina.
Il braccio a tulipano gli era rimasto spento tra le dita come volesse versare ombra nel buio.
Lo presi per la vita con violenza e mi ricadde indietro sulle braccia di schianto: tremai sulle gambe ma mi riusc di sostenerlo. Pavese accorso ancora vestito, mi diede una mano. Dentro qualcuno aveva acceso la luce e Brunetti con la testa reclina sul mio omero mi guardava con un occhio aperto e uno chiuso con umile tenerezza; aveva la lingua tra i denti e mi fece due o tre graziose smorfie soffiando l'aria sul mio viso tra i denti e la lingua.
Lo adagiai sul suo letto e dopo un attimo avevo intorno tutti i compagni. Largo, dissi, aprite un balcone, ci vuole aria.
Ubbidirono. Poi fui colpito da una idea e dissi: Gli faccio la respirazione artificiale. Quelli che erano intorno tacevano. Fatta a modo d risultati sicuri in questi casi, affermai categorico.
Avevo solo vagamente sentito parlare di respirazione artificiale, ma intuivo in che cosa consistesse e incominciai.
Braccia in alto, compressione del busto, mani in alto.
Dopo un po' vidi una bolla di saliva all'angolo della bocca che si gonfiava, poi scoppi. Dissi soddisfatto: Incomincia a respirare, bisogna seguitare: certe volte, aggiunsi, per ottenere il risultato bisogna andare avanti per delle ore.
Vedendo che Brunetti aveva ancora la lingua fuori dissi a Pavese dopo un'altra improvvisa illuminazione: S, pu combinare quello che faccio io, con le trazioni della lingua: lei la tira e poi la ricaccia dentro.
Pavese ubbid; tir e poi ritrasse la mano e si fece pallido. Non rientra, viene fuori tutta.
Non era pensabile che un ragazzo dell'et di Brunetti potesse avere una lingua cos lunga.
Era passata forse mezz'ora e qualcuno alle mie spalle disse che stava arrivando il medico,qualcuno disse che Mastrigli aveva avuto paura ed era andato dal rettore.
Il medico era senza fiato: quando giunse mi disse con malgarbo: Si fermi lei.
Mi fermai e gli feci osservare che andava benissimo, che il respiro si poteva considerare ormai quasi regolare.
Non mi ascoltava; guardava il ragazzo con le sue pupille pesanti, poi estrasse la scatola dei cerini ne accese uno e lo pass sugli occhi di Brunetti; gli apr la camicia e appoggi l'orecchio sul cuore.
Respirava con affanno per la posizione incomoda. Poi disse che era da escludersi che la morte potesse essere stata causata dalla corrente; lui, bench la cosa meritasse conferma dall'autopsia, propendeva per la paralisi cardiaca determinata dalla paura.
...
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...
FINE.
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Incontro col figlio.
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Arriv a Termini alle quattro ai primi di febbraio. Il treno si arrest su una linea secondaria lontana dall'uscita. S'avvi seguendo una fila di gente sul marciapiedi di sinistra, ma qualcuno le fece cenno che di l non poteva passare: volse a destra ed entr tra un gruppo disordinato di operai calcinosi che portavano sulle spalle il sacco con i ferri.
Sbuc in via Marsala accanto all'ufficio dei treni popolari.
L per l, vedendo la strada quasi deserta, non si raccapezz sulla direzione; poi gli autobus fermi dei castelli le fecero capire che la piazza della stazione era da quella parte. Fatti forse cento passi tra viandanti radi e distratti che si dirigevano a piedi verso la periferia incontr la gente pi fitta e le automobili che tagliavano i crocicchi come saette. Cap che doveva allarmarsi per attraversare, ma non le riusc: passava tra i veicoli col solito passo stanco: pi in l dove c'erano i tram rischi di essere schiacciata da un'auto che aveva bloccato a venti centimetri: il conducente le aveva detto arrabbiatissimo grattando il cambio per rimettersi in moto: Va' a dormire puttana.
Pareva addormentata veramente; ma l'arresto dell'auto le aveva fatto stringere con un movimento subitaneo la borsetta che aveva sotto l'ascella. Sent alla base della mammella il duro della canna della rivoltella ed ebbe un brivido.
Raggiunto il marciapiede depose la valigia che aveva nella destra e sulla valigia mise la borsetta: la borsetta cadde e la donna si tur gli orecchi per non udire il botto; ma il colpo non era partito.
Si chin ma ebbe una fitta al braccio destro ed emise un piccolo gemito. La valigia portata a pendaglio le aveva spezzato i nervi.
Un ragazzo che le era accanto raccolse l'oggetto e glie lo mise in mano. Non ringrazi. Ma il ragazzo aveva l'aria d'infischiarsene, si rimise a battere i piedi calzati con stivali di gomma: aveva un fascio di giornali sotto il braccio, il naso paonazzo e moccioso.
Aveva un freddo cane: si accorse anche lei di avere freddo; tirava una tramontana lenta che radeva il suolo e le saliva sulle gambe fino al grembo frugandole i panni e ghiacciandole la pelle.
I tram passavano gremiti con gli sportelli chiusi: s'intravedeva il verminaio dei viaggiatori che oscillava nello sforzo rugginoso dell'avvio.
La donna guardava sbadatamente i numeri delle linee: 6, 24, 18. In testa le martellava il numero 12. Era il suo tram. Ma non veniva. Continu ad attendere: quanto tempo era passato? Forse dieci minuti, forse un'ora. L'orologio al polso era fermo. Un colpo di vento improvviso le sollev le sottane e il cappottino nocciola forse troppo leggero e corto che le si adattava male al corpo dimagrato: si rassett con un movimento automatico e cerc con gli occhi il ragazzo di prima. S'era allontanato ed era fermo in un angolo, s'era messo le mani nelle tasche senza curarsi di offrire pi il giornale.
Arriv una guardia. Lei disse in un soffio: Il 12. La sua voce le suon estranea. Erano trenta ore che non parlava. La guardia balzando su un tram in corsa le indic una strada a destra e disse qualcosa che lei non comprese bene. Poteva aver detto: sei mesi.
Deve andare a destra: scendere dal marciapiedi  un tuffo in un pozzo. Esita. Arriva un gruppo di uomini in corsa che tentano di aggiungersi al grappolo di coda di una vettura; le dnno una spinta in un fianco che la fa traballare; sulla strada entra in un filone di passanti. L'attenzione di quelli che sono fuori protegge lei e una vecchia curva che annaspa tra le gambe. Si sente sicura per qualche istante.
Poi di nuovo sola. A sinistra un 12 passa correndo, ha l'impulso di spiccare la corsa per raggiungerlo. Ma le gambe sono di legno. Segue la linea. Dopo un po' arriva una vettura semivuota che si ferma dolcemente.
Monta e si butta a sedere in un angolo. La vettura percorre delle strade nuove; forse non va pi all'Acqua Bullicante. Dovrebbe domandare ma non ne ha voglia,  stanchissima. Chiude gli occhi ma senza sonno. Dall'odore penetrante di pesce fradicio si accorge che  arrivata al grande mercato: che odore! quando era incinta, tanti anni prima, le dava il vomito. Anche ora un disgusto violento le monta dallo stomaco vuoto, inghiotte la saliva che le va di traverso e la tosse le scoppia nella gola preceduta da un fischio: perde il fiato, poi ha una batteria di guaiti canini, gli occhi strabuzzati si empiono di lagrime. Fa la corsia traballando; sulla piattaforma la tosse si calma e la bora le gela le lagrime all'angolo degli occhi e li fa pi duri.
La strada si apre ed eccola al quartiere nuovo di cubi grigi forati di verde: case in costruzione abbandonate come dopo un incendio. La calcina polverosa che doveva esserci se n' andata via chiss dove con la tramontana che ha frugato crudelmente il lastrico.
Da un vicolo perduto un organetto manda un grappolo di note a singhiozzo che si sgranano vitree nell'aria fredda.
A una finestra una camicia  presa nel soffio del vento e si tende disperata per far navigare la casa.
All'improvviso sbucano da un uscio due mascherati: l'uno a cavalcioni dell'altro: quello su  vestito da pulcinella tutto bianco: le labbra livide gli tremano per il freddo, ha in mano due coperchi di stagno e li batte a ritmo. Quello sotto ballonzola e pare allegrissimo.
Quando la donna gli passa accanto, grida:  carnevale allegri!
Lei si volta appena; dopo un po' sente un vociare feroce di ragazzi e li vede correre spaventati e sparire.
 contenta che la portiera non l'abbia vista: la vetrata  chiusa per il vento: passando accanto al garage ha pensato che il marito  a casa con l'amica. Lei suona, entra e li ammazza tutti e due.
Non le riesce d'immaginare il fuoco dello sparo e il calore del sangue: si rappresenta solo i cadaveri gi freddi.
Per le scale le pare di correre, ma ha le ginocchia pesanti e cammina veramente a stento: ma le viene il fiato corto lo stesso.
Arrivata sul suo pianerottolo le montano delle vampe scure al viso: poi sente che il calore le va ai piedi che si fanno di piombo, il viso si spegne e le occhiaie diventano enormi. Estrae con la destra la pistola dalla borsetta e suona. Lo squillo lacera l'aria in un punto lontano poi ritorna intatto seguito da un altro squillo: il dito le si  inchiodato ligneo sul tasto e il vuoto dell'interno s'empie di echi ilari.
Suona ancora; nessuno. Rimane forse mezz'ora diritta con un braccio teso e la rivoltella pendente nell'altro, le pare di essere diventata altissima tanto il suo corpo  leggero: ma quando stacca il dito ridiventa piccola e pesante.
Quando ripassa, la portiera la scorge dalla vetrata, si precipita fuori, la prende per un braccio e l'attira nell'interno.
Nella stanza si trova seduta su una sedia durissima: l'atmosfera  glaciale.
La portiera riprende il suo scaldino, lo fa scomparire sotto le gonne e ricaccia le mani grasse e sudice in un manicotto spelacchiato.
Poi parla con rabbia: una stizza velenosa le circola negli occhi acquosi e sulla bocca mencia. Non ha il coraggio di tirar fuori le mani ma se l'avesse forse la scuoterebbe con brutalit.
Fiasco, non c' nessuno, sono partiti da quindici giorni; voi dimenticate di mandarmi il nuovo indirizzo e io dgli a scrivere a Giulia Cardi Vicolo Soprano Barletta, un Cristo, Barletta, lei parte per Trani! Se aveste avuto la prima lettera li coglievate: porci!
La mamma, va bene la mamma; in sei mesi una mamma o muore o guarisce; non  guarita e allora  cronica, campa cent'anni. E il marito intanto soffiato: via, hanno venduto tutto, se la godono adesso per colpa vostra.
Parla con un furore montante che le fa tremare leggermente l'adipe rugoso del viso: Lui  ingrassato maiale fottutissimo e anche lei  ingrassata solo davanti, e voi...
Qui la voce prese un tono lagrimoso pieno di sibili smorzati. La esaminava dal capo alle piante e stentava a trovare le parole per definirla.
E voi come siete ridotta voi! dove  la pugliese ricciolona? un cencio siete, un cencio; magra come un osso, grinzosa.
Invecchiano i dispiaceri. Per voi  finita, non vi rialzate pi. Io vi voglio bene quanto vi voglio bene, ma la colpa  vostra; sono scappati e nessuno gli ha detto nulla.
Riusc ad ottenere l'indirizzo del figlio e fu di nuovo sulla strada; era quasi notte: un crepuscolo opaco era caduto sulle case bige. Il vento taceva, ma l'aria immobile era pi fredda di prima. Sulla piazza un gruppo di operai aveva acceso un fuoco con pezzi di casse di abete; avevano le mani tese e guardavano la fiamma senza parlare.
S'intern in vicoli sudici di una sporcizia gelata e rassodata dal vento, senza selciato con casine basse a uno o due piani; trov il numero.
Le venne ad aprire una vecchia alla quale mostr il foglietto sul quale la sua mano tremante aveva scritto il nome della strada e il numero.
La vecchia ebbe un moto sgradevole di sorpresa nel vederla: aveva indovinato, ma si contenne subito.
La luce fosforica che le era nata agli angoli degli occhi duri si stemper in un che di vischioso che scese dalle palpebre a intenerire lo sguardo. Le narici scarne palpitavano come le pinne di un pesce. Le usc subito una voce di pianto incrinata di raucedine ma mansueta e flebile. Pareva chiedesse scusa timidamente, con un gesto vago della mano accennante a un passato irrimediabile che aveva sconvolto tutta la sua vita.
Decorosa vita, onesta; guardi i mobili lindi l'orologio a pendolo non un grano di polvere; povera ma onesta. La figlia un fiore, mani di fata, bella. Disegnava l'armonia della sua vita con tutta la persona risecchita accurata: quando parlava della figlia e di quell'uomo che l'aveva portata via, con la mano aveva il gesto di chi vuol cancellare una macchia o riporre nel suo posto un oggetto in disordine. Si capisce, il ragazzo era l; che doveva fare? abbandonato dal padre, senza famiglia, se l'era preso lei; buon cuore, il suo cuore era grandissimo, occupava tutto il suo petto striminzito come lo stomaco di una rana.
La Cardi rimane in piedi e ascolta: l'orecchio  acutissimo e le parole le entrano come succhielli nella testa dolente ad una ad una; ne  tutta crivellata ma non pu metterle insieme: capisce lo schifo della lingua della donna che macina una saliva attaccaticcia. Riesce a dire: Voglio vederlo.
Certo, certo; vederlo:  giusto,il cuore di una madre, ma  per la strada, a pescarlo. Non si riesce a trattenerlo: irrequieto mai fermo, la sua vecchiaia rattristata da quel duro peso. Le narici fremono di pianto.
La madre ripete: Voglio vederlo. Le vien fuori una strana voce legnosa senza una vibrazione; poi la bocca si richiude ad arco con le punte in gi, e le disegna due rughe che le appuntiscono il mento.
La vecchia  inquieta, vorrebbe parlare ma cerca inutilmente un altro tono: ha capito che quello di prima non penetra: le pareti glie lo rimanderebbero inutilmente sul viso.
Apre una finestra si sporge nel cortile e chiama: salgono le grida di una gazzarra di ragazzi e invadono la stanza: le risa si fermano agli angoli come campanelli. La vecchia richiude e nella stanza rimane sospeso lo sgomento del buio vuoto apparso nel vano.
Il ragazzo  accaldato con i capelli in disordine, ha le scarpe polverose e un vestito troppo corto e piccolo che d l'impressione che mani e piedi gli siano stati attaccati dopo.
Rimane perplesso un attimo poi ha uno scatto e si precipita nelle braccia della madre.
La madre si sente come sciogliere; il sangue le refluisce alla superficie con un calore intenso come se la pelle avesse voglia di ridere. Rimangono stretti qualche minuto poi lei lo stacca da s e lo guarda. La lingua si muove nella bocca fremente, le mani palpano il ragazzo e tentano di stirargli la stoffa troppo corta delle maniche e dei calzoni. Magro lo trova magro, il vestito misero, "non ti vestono pi", ti fanno morire di fame.
E smaniosa, frenetica, le sue mani hanno una rapidit incredibile: il ragazzo si sente le sue dita dappertutto: dure, puntute, dolci.
Ridotto cos per lui, vigliacco, e lei lei, com' lei? Bella? Tu la vedevi, tu la vedevi. Il ragazzo ora s' calmato respira pi quieto e forse  diventato un po' pallido: sogguarda la madre con un sorriso vago tra il pietoso e l'ironico: vorrebbe parlare e sottrarsi un po' a quelle carezze disordinate! Ma lei ora parla sempre:  un fiume di parole: domande, gemiti, considerazioni rabbiose: ti fanno morire di fame. La magrezza del figlio le risulta quasi ossea sotto la percezione delle dita dure che affondano nei muscoli con una sorta di tenera ferocia.
La vecchia non se ne va,  irrequieta; gli occhi piccoli e la bocca stretta:  evidente che frena a stento l'impulso di separarli:  come se tema un discorso, una domanda che le d fastidio e che prevede le verr posta.
A un tratto la Cardi si stringe il figlio al petto e gli soffia in un orecchio una domanda che la premeva alla gola prepotente. Veramente  incinta, lei?
II ragazzo si stacca da sua madre e la guarda sospeso e serio con una gravit adulta che la sgomenta; poi, fa un cenno lento di assenso con la testa.
La vecchia interviene: Danaro ne manda pochissimo, cosa le racconti?, quello che ha lasciato  gi finito: dici bugie al solito.
La Cardi avanza con la faccia gelida e le mascelle serrate verso la vecchia che indietreggia barbugliando. Ma l'impulso violento acceso per un momento cade. La Cardi ha guardato il figlio e vedendogli il viso serio e smarrito s'accorge all'improvviso che  mutato. La prende la smania di risentire sulla sua vita le sue braccia stecchite e quell'ansia puerile delle sue carezze. Cos com' ora non lo riconosce: allora tenta d'avvicinarsi al figlio ma la maschera di prima le  rimasta inchiodata sul viso perch il ragazzo protende le mani in segno di difesa, terrorizzato.
La vecchia dice: Fate paura anche a lui che vi racconta le bugie; tutti pazzi siete!
Allora la Cardi muta direzione: la voce della vecchia le richiama l'impulso di prima e apre la borsetta e vi fruga dentro con la mano tremante; ma la pistola deve essersi impigliata in qualche cosa perch la vecchia ha il tempo di emettere uno strillo, fare un balzo, penetrare nella stanza di fronte e chiudere a chiave.
Anche il figlio  ora terrorizzato, esce nel corridoio rapido e infila le scale: la madre dopo un attimo di perplessit angosciosa lo rincorre chiamandolo con nomi dolcissimi. Ma il ragazzo fugge; lei lo segue correndo col fiato mozzo empiendo la notte del suo richiamo singhiozzante: ma il ragazzo fugge tra i vicoli bui, appare e scompare, poi lo perde.
Sente un ultimo "no" acuto che la notte inghiotte.
Allora lei incomincia a cercarlo piano, camminando rasente ai muri e svoltando gli angoli di balzo per sorprenderlo.
Ma non lo trova. Girando a caso fra le stradine ritorna sulla piazza di prima, ora deserta.
Il fuoco  semispento. Gli operai lo hanno abbandonato: i carboni muoiono lentamente nell'aria diaccia.
La Cardi si avvicina al fuoco.
...
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FINE.
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Sogni d'oro di Michele.
...
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...
Quello che pi meravigliava Michele era il movimento di uno dei due spaccapietre: pareva che sui fianchi avesse una molla a scatto tanto era preciso ed energico il movimento del busto quando alzava la pesante mazza sul blocco della pietra.
L'altro membruto, alto e magro con due occhi opachi nelle orbite ossute era pi violento e disordinato: avventava colpi terribili o fiacchi, di volta in volta. Ma l'altro era preciso e solido: batteva con energia diritta e ostinata la venatura sanguigna, fino a sentire il rumore stanco della resa.
Il blocco diviso in due riluceva con qualche cristallo nuovo ai raggi accecanti del sole di luglio che lo vinceva e lo spegneva quasi subito. Allora uno dei due, quello pi piccolo, appoggiava in terra la testa della mazza e si tergeva il sudore grondante dalla fronte; si metteva la mano sulla barba rossa e rimaneva fermo a respirare profondo. L'altro con un gesto di stanca rabbia lasciava lo strumento, soffiava come un mulo all'abbeveratoio, passandosi nervosamente il dorso della mano sui baffi neri.
Poi volgeva intorno gli occhi rotondi: sulla campagna fervida sotto il sole, sulla cava biancastra, sul greppo che inciso da un sentiero, sovrastava la cava. Non c'era anima viva e, spento il rumore dei colpi, s'udiva solo il lontano fluire del fiume che se ne andava al mare con assorta e uguale lentezza. Michele stava seduto su un blocco: adesso era fermo ma aveva avuto fino allora seguendo inconsciamente il lavoro di Marco, un moto in avanti ritmico come quello dello spaccapietre come fosse attirato anche lui dalla vena sanguigna che doveva aprirsi. Ora s'era come destato; guardava Midio, quello scuro, che gli aveva puntato gli occhi addosso.
Si sentiva avvolto da una zaffata di odio fisico che proveniva dallo sguardo. Midio raccolse una scaglia e la lanci sul mucchio accanto a lui: Hisc! dammi da bere.
Michele si alz e and a prendere la giara di creta che aveva messa in un angolo per ripararla dal sole.
Quello bevve senza gusto, una due sorsate: Sembra brodo, e ne sput un getto misto a saliva: l'acqua chiazz per un istante la pietra poi il sole la bevve. Midio raccolse gli umori del naso e della bocca con un grugnito profondo che gli scav le guance, e scracchi lontano. Poi ripiant gli occhi addosso al ragazzo: Ora torni a prendere l'acqua; tuo padre ha voluto risparmiare le tre lire della donna e fregatevi tu e lui. Ma io voglio acqua fresca. Michele rimase immobile e l'altro riprese lentamente come cercasse parole odiose: era un odio animale per quel ragazzo mite, figlio del suo padrone, che ora doveva servire lui che era stanco e bruciato dal sole.
Va'; hai dormito poco e ora hai sonno: glie lo potevi dire a tuo padre che ha tanti soldi che tre lire... io ci sputo sopra a tre lire, lui no.
Qui s'aderse sul busto e si lisci i baffi spavaldamente: disse poi rivolto al compagno:
Io, quando lavoravo in Germania guadagnavo cinquanta lire al giorno e tre lire le regalavo alla "froilaina" che mi serviva. Tu sai che cosa  una "froilaina"? disse a Michele. Neanche tuo padre che mangia nel pugno e tre lire le mette sotto al mattone, lo sa.
Michele lo sogguarda con occhi pesanti; ha sonno: ma si sente venire su dal ventre un terrore irresistibile: ha paura che Midio parli di sua madre.
Ma quello si raccoglie un momento e gli dice: In Germania ci sono le macchine che fanno i pettini: sai come si fa? Si mette un bue da una parte, si chiude. Si gira una manovella. Una volta, ed escono le salsicce; e due e escono le scarpe, e tre ed escono pettini.
Si arresta un momento: Ma se ci mettono dentro tuo padre, escono tutti pettini. Qui scoppia in una risata tutta appoggiata su un "uu" schiacciato, roco che empie la cava di una breve eco. Poi dice: Non hai capito?  bella, raccontala a tua madre. E ride ancora chiudendo gli occhi; con la bocca in aria per mandare nel cielo quella sua allegria feroce, come fanno i somari dopo aver odorato una pozzanghera.
Gli risponde dal ciglio che sovrasta, un raglio vero; leva gli occhi e vede un somaro carico di un sacco di grano, condotto per la cavezza da una contadina giovane e atticciata. Rif un: "Hisc!" gutturale.
Quella volta il viso rosso e stupito verso il basso e Midio le manda un lubrico gesto del braccio teso. La ragazza raccoglie un sasso e lo lancia con una ingiuria atroce come il gesto. Midio fa civetta e il sasso gli passa sibilando sulla testa. Ride ancora a bocca spalancata tenendosi i fianchi e indicando la donna al compagno.
Questi fuma quietamente immobile, senza un sorriso; il viso  assorto in un'assenza di pensiero quasi totale: ha appena un bagliore ironico negli occhi stretti per la luce.
Poi batte la pipa su un sasso e se la caccia nella tasca dei calzoni: si sputa nelle mani, riprende la mazza e aggredisce un'altra pietra.
Michele  andato a cercare acqua. Scesa la breve china per il viottolo argilloso cotto dal sole, ora  sul greto secco dell'ampio torrente.
I ciottoli levigati riposano sulla ghiaia colorata con l'intimit aderente di colombe alla cova; le ripe sono orlate di gramigna morta appena sostenuta dalla terra arida. Sulla piana a destra, campi di stoppie giallastre, qualche casa senza fumo: e lontano sulla collina, il villaggio con le case sparse come a formare un'enorme cresta di gallo avvolta in un tenue vapore immobile, salito dal fiume.
Tutto il paesaggio ha un'aria d'innocenza povera e raccolta: il concerto delle cicale e degl'invisibili insetti non mette che una confusa vibrazione nell'atmosfera afona del meriggio. Michele cammina lentamente bench abbia sete anche lui: ogni tanto, risalendo il greto, si ferma a guardare qualche rara pozza di acqua tersa che le correnti dell'aprile hanno smarrito per via e che ora muoiono purificate dalla melma e bevute dalla terra. I laghetti fanno festa alla ghiaietta del fondo che la luce ingioiella.
Michele si ferma a guardare gli scrigni liquidi e affonda la mano per raccogliere i sassolini gialli e rossi; ma quando li ha in mano si spengono.
Il ragazzo conserva il pi bello e rigetta gli altri nell'acqua che scorre per una via invisibile: forse si perde nella terra, nelle catacombe, pensa: le catacombe finiscono l, si scava un buco, si cammina con una bussola e una lanterna e si arriva al mare: o a Roma. Ma ad andare solo ha paura: ci va con la madre e si fermano prima sotto la cava: mettono una mina e Midio salta per aria e brucia col suo odore: l'odore forte che lo fa rabbrividire quando gli dice con le mani sulle spalle: Di' a tua madre che mi mandi un po' di quelle cose che sta facendo sopra.
E quella risata: Ti faccio ridere io. La miccia l'accende veramente: quella della cava. Ruba un fiammifero a Marco e d fuoco: poi lui scappa.
E Midio per aria con quelle maledette grosse braccia piene di muscoli e di vene, al vento. Smuove un sasso in un angolo del greto in cui  rimasta una pozza d'acqua: ci deve essere un granchio. C'; e lo guarda immobile con la faccia da cane mastino. Michele raccoglie un ciottolo e lo lancia rabbioso: il granchio colpito s'appiattisce; ma lo fissa con gli occhi rivulsi che s'empiono di morte.
Il ragazzo inorridisce e si mette a correre: quando arriva alla fontana  stanchissimo: mette le mani sull'orlo del piccolo bacino e beve a grandi sorsate avide. La frescura gli scioglie l'affanno dello stomaco: si siede, cerca nella tasca il suo pezzo di pane; il suo pezzo di cacio. Mordicchia il cacio addenta il pane e mangia calmo e lento.
Vede il greto scintillante e ode il brusio del fiume e degl'insetti: i succhi della gola rinfrescata addolciscono il cibo: da tutto il corpo partono linfe dolci verso il palato.
Si sente protetto dall'ombra del sambuco sotto cui sgorga la fonte e gli piace quella grande festa fosforica dell'aria: l'azzurro  inondato di luce gialla e la terra senza succhi  addormentata.
Si sveglier al tramonto con la prima frescura, riprender la via di casa dietro ai due minatori e avr il loro stesso passo uguale e affaticato. Gli occhi si riapriranno grandi per accogliere la poca luce nella penombra della casa.
Guarda le sue scarpe piene di polvere e le sue mani sudice: ha lavorato  cresciuto; lo dir a sua madre. Ora nella cava vuol costruire una casa con le scaglie per vedere se la mina che accende Midio la fa crollare col rumore. Se non avesse ucciso il granchio ci avrebbe messo dentro il granchio. Ma qui ode veramente un boato e il rumore di una rovina: ha un balzo:  il rumore della mina. Passato il rumore, perdutasi l'eco nelle valli retrostanti, l'aria riprese il suo brusio avvampato e tranquillo. Le palpebre di Michele divenivano pesanti e gli occhi si socchiudevano: al di l della breve ombra disegnata dal sambuco il tripudio del sole filtrato dalle ciglia gli arrivava alle pupille con un bagliore colorato di azzurro e di arancio: un dormiveglia dolcissimo popolato di alberi e di fiori ondulanti nell'atmosfera brillante e sonora. Gli saliva su per le gambe fino al busto il ritmo del sangue pi lento: un languore morbido in tutte le giunture che dava a tutto il suo corpo una sensazione di leggerezza piumata.
Quando si riscosse lo fece di soprassalto come colpito da un'angoscia improvvisa; si strofin gli occhi affond la giara nella vasca, e si avvi. Fece i primi passi rapidamente ma poi il sole lo riprese nelle sue braccia calde e gli mise addosso la stanchezza di prima.
Procedeva lentamente con la giara appesa a due dita della destra; il vaso perdeva nel movimento un po' della sua acqua. Michele guardava in terra la ghiaia colorata e i ciottoli bianchi e la strada gli sembrava sconfinata: di sopra l'aria gli sembrava un fiume che scorresse sulla sua testa costringendolo a piegare le ginocchia. Cammin ancora e imbocc come per caso il viottolo a sinistra che portava alla cava.
Gli pareva di avere udito da quel lato una voce lontanissima che lo chiamava. Midio s'era messo infatti sull'orlo della terra slabbrata ingombra di sassi e lo chiamava chiss da quanto con le mani tenute a imbuto davanti alla bocca.
I due operai avevano, attendendolo, incominciato a mangiare: masticavano il pane e il cacio e bevevano qualche sorsata di vino tiepido, allappante, dalla fiasca di coccio: ma avevano la gola riarsa.
Marco aveva finito e ora seduto su un sasso con un gomito su un ginocchio si sorreggeva la testa barbuta: attendeva con la solita calma attonita o non attendeva punto, tutto immerso nella sua stanchezza.
L'altro fumava iroso, scracchiava a getto la sua saliva nerastra sulle pietre; di tanto in tanto si alzava, arrivava all'orlo della cava e facendo solecchio con la destra, scrutava il greto assetato del torrente. Gli montava alla gola un'arsura frizzante che gli dava brevi colpi di tosse stizzosa. Allora bestemmiava e tentava di scuotere l'altro che non fiatava.
Quando spunt il ragazzo, vedendolo camminare con quella dondolante lentezza, s'era messo a chiamarlo per nome con una specie di ruggito: Uhi! Michele! Ma quello continuava quella curiosa danza da ubriaco.
Quando il ragazzo arriv alla cava gli strapp la giara dalle mani e la port alla bocca. Bevve un sorso: era calda, la sput e diede con tutta la forza uno schiaffo a Michele. Il ragazzo che lo guardava trasognato si abbatt di schianto sui sassi. Era broda, porca M...
Marco si alz lentamente e scosse il ragazzo; poi s'accorse del sangue che inondava le pietre e lo mise supino.
 morto, disse.
Midio guard le orbite gi buie del ragazzo e sent che veramente era morto.
Allora ebbe paura; gli occhi tondi si fecero mobili e sgomenti; s'arrampic su per la petraia e senza poter parlare alz le braccia in alto.
La donna di prima che ripassava conducendo l'asino per la cavezza, raccolse un sasso e glie lo lanci; poi chiam forte qualcuno dietro a lei; spuntarono due contadini che incominciarono a lanciare pietre dentro la cava contro i due che ora si paravano la testa con le mani.
Tentavano di parlare ma quei di sopra ridevano a crepapelle vedendoli ballare cos e raddoppiavano la furia: smisero solo quando li videro fuggire.
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FINE.
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Ragazzo al buio.
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Il ragazzo ora cammina lentamente pel vicolo in penombra: la sera  imminente e il cielo bigio. L'aria quieta e stupita che precede l'uragano  turbata da qualche buffo di vento basso.
Per quella strada i passanti sono rarissimi; le automobili girano al largo: se ne ode ogni tanto il rauco strombettare fuggevole ed attutito.
Il ragazzo ha l'impressione, in qualche istante di silenzio pi cupo, che tutti siano fuggiti lontano per l'approssimarsi di un pericolo ignoto.
Affretta il passo; teme che la pioggia prossima gli bagni i due abiti nuovi che ha sul braccio avvolti nella tela nera. Forse sono gi un po' sciupati. Paolo Merni, l'altro ragazzo della sartoria gli ha messo, mentre usciva, il piede tra le gambe e l'ha fatto cadere.
Ha ancora un ginocchio un po' dolente. Aveva tentato di rincorrerlo ma quello era gi lontano sghignazzando. Faceva quasi sempre cos; quasi tutti i giorni uno scherzo a tradimento e faceva ridere tutti. Se protestava, lo guardava con occhi di vetro crudelissimi promettendogli di ucciderlo. Ma qualche volta si sarebbe vendicato: un diretto ad una ganascia, un tonfo e avrebbe riso lui. Sicuro.
Una frotta di ragazzi spuntarono da un vicolo a destra vociando come ossessi: rincorrevano un cane che guaiva dolorosamente. Scomparvero. Qualche goccia rada e tiepida chiazz il selciato polveroso senza rumore. Giacomo si mise a correre. Forse era meglio prendere l'autobus; glie l'aveva raccomandato il principale: Se piove, prendilo.
Ricorda per di attendere che l'abbia provati. Se ti d l'assegno per il saldo ripassa; se no, vai a casa.
A casa a quell'ora la mamma non c';  andata a prendere Piero all'asilo; adesso saranno per strada anche loro col timore della pioggia. Quando piove Piero ride e strilla come se fosse contento di bagnarsi.
Se stasera il conte gli dar, come al solito, cinque lire, Giacomo comprer una palla colorata pel fratellino e poi giocher a buttargliela lontana per farlo correre.
Ma di sera no, non  possibile, fa troppo buio a casa loro. La mamma accende una sola lampada fioca. Ma se domattina viene il sole Giacomo porter Piero al giardinetto: ruzzeranno insieme sull'erba.
Il ragazzo ora cammina assorto dipanando i suoi pensieri; ha rallentato il passo e guarda a terra come per seguire il tenue fulgore delle prime luci. Sbocca in una strada anche pi stretta; ma un rumore fervido di voci e di trombe si fa prossimo. Fa ancora qualche passo ed entra nello sfolgorio delle lampade: la gente qui  folta e vivace; i visi illuminati e ridenti.
Dai portoni degli alberghi escono, a tratti, ondate di melodie che si perdono tra il rullio festoso delle ruote. Giacomo conosce la strada, vi passa ogni tanto per le commissioni, quasi sempre di sera; e quel fulgore improvviso lo stordisce. Se vede poi scendere dalle scale degli alberghi le donne bianche e rosee inguainate negli abiti rilucenti di seta e d'argento ha nel filo della schiena un tremito come di freddo. Chiss perch, ha l'impressione che a toccarle debbano comunicargli una scarica; non sono come le altre donne. Sono quasi immobili, sorridono solo coi denti, a lungo: odorano stranamente.
Sembrano fatte di enormi foglie di carne sovrapposte: ma dentro, nel profondo, devono avere come i fiori una fonte segreta di profumo, che emana i suoi effluvi a tratti, secondo il ritmo della loro blanda ed esatta andatura. Forse non ridono che cos e non piangono mai, e non parlano.
Giacomo ne ha fastidio, eppure si ferma a guardarle. Pi tardi come le altre volte, ripensandoci, le far muovere in altra maniera e le respirer vicine; tanto che, a casa, sentir l'odore della mamma, diverso, e avr fretta di sfuggire alle sue braccia.
Scantona e le luci e i rumori si attenuano; la penombra lo riavvolge pi domestica e dolce.
La via ora  larga e le case distanti tra loro, circondate da giardini di alberi spogli o appena rinverditi dalle foglioline timide di marzo; le glicini pendule tra le inferriate sono fiorite e odorano.
 arrivato; sul cancello il portinaio gallonato lo riconosce e gli sorride con una lieve aria di derisione, quella con cui gli adulti guardano i ragazzi:
Il signor Conte non c' ma puoi salire lo stesso: se vuoi lascia i vestiti.
No; devo attendere; il principale mi ha detto di attendere.
Vuoi la mancia, ho capito; sei furbo, bravo. Poi chiam accostandosi alla porta d'ingresso: Michele! c' il ragazzo del sarto. Lo faccio salire?
Giacomo mont la prima rampa di scale e trov sul pianerottolo un cameriere.
Torner presto, vieni. Ha bisogno della marsina per domani; vorr provarla. Passa di qua; di l non si pu andare: la signora riceve, e strizz l'occhio al ragazzo. Poi gli disse: Hai capito?
Giacomo sorrise vagamente. Il cameriere aggiunse con improvviso cipiglio:
Cosa credi di avere capito, scemo! E non l'andrai mica a rifischiare al conte se no ti torco il collo.
Ma io non so nulla, disse Giacomo impallidendo. Cosa devo sapere?
Gi niente; vieni! e seguita a camminare lentamente dondolando il capo con una mano in tasca.
Attraversano alcune stanze buie; il cameriere gira via via gli interruttori per rischiarare il cammino. Giacomo lo segue con passo timido e attento: ha paura d'inciampare nei tappeti, di urtare i tavoli carichi di ninnoli fragili. L'altro si muove con sciolta disinvoltura, fa scattare le chiavette con una mano rapida e non si guarda intorno. Sa in anticipo quali cose emergeranno dall'ombra. Giacomo guarda invece con una curiosit ansiosa le pareti i quadri, le vetrate; avrebbe voglia di soffermarsi per osservare; ma quello seguita con quel suo passo misurato e superbo senza voltarsi mai.
Arrivano in un salone. Il cameriere lo attraversa senza accendere la luce. Giacomo si arresta, forse per la delusione provata.
Si fermano in una piccola anticamera contigua al salone. Il cameriere indica a Giacomo una seggiola:
Fermati qui ed attendi. Ci si vede, viene luce dalla strada.
Infatti da una finestra del fondo tra le tende di seta arrivava il chiarore incerto dei fanali sottostanti.
Giacomo si mette a sedere. Il cameriere se ne  andato dopo averlo ancora una volta squadrato con la solita ostilit.
I suoi occhi a mano a mano si abituano al buio e intravede i mobili della stanza: incerti cumuli di ombra. Una lama di luce che entra dalla finestra gli passa sulla testa e va ad accendere nell'altra stanza un opaco riflesso in uno specchio.
Per un po' Giacomo riposa; gli piace di essersi dovuto fermare e che per ora nessuno lo chiami. Il senso di smarrimento di dianzi se n' andato; nella pace raccolta di quella stanza non sente pi il cuore picchiargli veloce nel petto. Ha solo l'impressione di essere tanto lontano dalla sua casa, e che tornarvi sar tanto difficile. Intorno vi  un silenzio di luogo deserto.
Giacomo ode il proprio respiro. Anche il vento si  placato. Tende gli orecchi per cercare di percepire qualche rumore: ma non ode nulla. Col fiato sospeso anche il cuore si accelera di nuovo e gli d un po' di affanno; gli pare che di l qualcuno scivoli rasente il muro con un passo smorzato e cauto da assassino.
Si alza e s'affaccia nell'altra stanza: il suo corpo all'improvviso intercetta il chiarore e nello specchio la luce si spegne; ha un moto di terrore e fa un piccolo grido. Ma nessuno risponde. Muovendosi il chiarore ritorna e rischiara pochissimo la sala che deve essere immensa. Enormi specchi alle pareti: tavoli lucidi di lacca e di oro: lampadari al soffitto e agli angoli tante altre lampade. Il ragazzo indovina pi che vedere: pensa che se la stanza fosse illuminata dagli specchi e dai mobili nascerebbero fiumi di luce.
Cerca un fiammifero nella tasca e lo strofina sui calzoni. Lo zolfino frigge bluastro e poi evoca nel breve cerchio di luce un fugace luccichio di smalti e vetri al centro. Ai lati, in fondo, gli oggetti dormono. Non c' nessuno e Giacomo si rassicura.
Accende ancora un fiammifero e alla sua sinistra scorge infisso su un riquadro di legno chiaro l'interruttore della luce e in circolo quattro numeri: l'indicazione degli scatti.
Se potesse accendere almeno una lampada! Ma pensa che forse il cameriere che lo ha accompagnato se ne accorgerebbe: che occhi cattivi ha quell'uomo! Sembrano quelli di Paolo Merni.
Ti torco il collo! E non gli aveva fatto nulla: lui non faceva nulla a nessuno. Torn a sedere; dopo un po' ud la pioggia che picchiava sui vetri e il rumore cupo del vento che s'era levato di nuovo: la luce che veniva dalla strada si faceva sempre pi fioca.
E non veniva nessuno: la casa sembrava pi deserta che mai: il rumore del temporale faceva il silenzio dell'interno attonito e angoscioso.
Accendo, si disse Giacomo, e si mosse rapidamente dal suo angolo: cerc tentando con le dita l'interruttore visto prima. La sua mano ebbe un tremito; gli pareva di non avere la forza di compiere quel piccolo gesto. Ma strinse i denti e gir. S'accesero cento lampade d'un tratto: pareva la vampata di una esplosione.
Giacomo ne fu come accecato, tanto che si copr gli occhi ed ebbe un gemito. Ma poi guard intorno e vide il fulgido prodigio creato dalla luce: ammir avido, col fiato sospeso.
Ma per un attimo ci fu contro i vetri uno scroscio di stille grevi e si ud da lontano l'eco di un tuono; poi, forse a destra, un rumore di passi. Volle spegnere, ma si accesero altre lampade. Gir con le dita convulse per il timore di essere sorpreso; ma se ne spensero alcune solamente; gir ancora e s'accesero di nuovo, tutte. Fece scattare ancora una, due volte ma senza ottenere il buio. Fu preso allora da una specie di frenesia; continuava a girare rapidamente senza interruzione.
Per qualche istante le luci ballarono nella sala una fulgida ridda. Si rincorrevano pazze: anche i mobili e gli specchi pareva che ballassero. Ma ad un tratto la casa trem per il fragore improvviso di un tuono, un lampo azzurro rig la parete e tutto piomb nel buio.
Giacomo emise un grido e fugg all'impazzata; urt un tavolo, e fu un rotolare di vasi e un tintinnio di vetri spezzati; urt una seggiola, picchi con la fronte contro uno stipite; un uscio sbatacchi secco alle sue spalle.
Continu a correre come inseguito dal vento sibilante tra le imposte e dagli scoppi dei tuoni sempre pi prossimi.
Urlava roco, ma l'urlo si perdeva nel rumore dell'uragano.
Sempre inciampando, rovesciando seggiole, spostando tavoli percorse varie stanze finch intravide un andito chiaro che un lampo gli illumin all'improvviso. Vi si cacci a precipizio, si ferm ansimando e poi scivol per terra vinto dalla stanchezza.
Stette qualche istante seduto, accasciato da uno sfinimento di malato.
Il luogo era una stanza da bagno lucida di maioliche candide. Al buio Giacomo ne percepiva appena confusamente il gelido nitore; intorno a lui sempre il ruggito dell'uragano che ora sentiva pi fioco e distante.
Gli pareva di aver percorso tanta strada attraverso un rovinio di terremoto; ora, attendeva che qualcuno venisse per ucciderlo. La porta per la quale era entrato era rimasta aperta e cigolava tristamente; entravano a tratti fiatate di aria gelida che lo facevano tremare: forse si era aperta qualche finestra. Si alz a stento ma le gambe gli si piegavano; non gli era possibile fare un passo. L'idea di dover uscire da quell'angolo per attraversare tutte quelle stanze lo paralizzava. Doveva essere tardi, forse mezzanotte: se ne erano tutti andati e nessuno lo cercava.
Forse anche la mamma laggi, dopo tante strade buie e deserte, girava per la casa facendo i soliti gesti, senza accorgersi che lui non c'era.
Ad un tratto ud a sinistra un breve ansimare e delle voci incomprensibili sibilanti; un gemito soffocato.
Poi di nuovo silenzio: quei soffi di aria gelida che percorrevano la casa deserta senza fare rumore.
Il ragazzo taceva trattenendo il fiato: pensava che se avesse gridato il suo grido avrebbe risvegliato le cose angosciose di prima. Ora aveva l'impressione che la minaccia che era nell'atmosfera rimanesse sospesa attendendo un suo gesto per riprendere la sua ira.
Dopo qualche istante un rumore di passi gli fece fare un balzo. Quando fu fuori dal bagno s'accorse che il corridoio era illuminato da un fiochissimo chiarore intermittente.
Allora cammin leggero appoggiandosi al muro come per nascondersi.
Raggiunse come un sonnambulo la scala scarsamente illuminata da una candela che doveva essere in fondo.
Poi la candela si spense; ma Giacomo seguit ad andare al buio con l'impressione di calare lentamente in un pozzo.
Raggiunse l'atrio e s'avvi per il giardino. Qui l'accolse una pioggia marzolina quieta ed uguale che brusiva tra gli allori del viale.
Guard intorno: tutto era estatico, fermo. La pioggia aveva ora il ritmo sicuro delle cose che non finiranno mai.
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FINE.